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Cybercrime e supply chain, due rischi sottovalutati

Secondo un sondaggio internazionale Zurich, la minaccia informatica è sottostimata: solo al 12° posto tra le più temute. E la perdita di fornitori non spaventa né le aziende mondiali né quelle italiane

21/12/2015
Appena il 17% delle pmi al mondo ritiene di essere soggetto a episodi di cybercrime, nonostante le vendite online siano la principale chiave di crescita. Questa l’importante evidenza della terza edizione del sondaggio internazionale - realizzato da Zurich Insurance Group (Zurich), in collaborazione con Gfk Eurisko su un campione di tremila Pmi in 15 Paesi del mondo - secondo cui solo in Malesia, Turchia e America il rischio informatico è posizionato rispettivamente al quinto e sesto posto tra i più temuti.
Un pericolo ancora ampiamente sottovalutato, nonostante le Pmi abbiano leggermente aumentato la propria preoccupazione nei confronti degli attacchi informatici - passando, nel 2015, dal 4% all’8% - con timori legati alla sottrazione illecita di dati della clientela (28%) e ai danni di reputazione e immagine (16%).

La percezione in Italia

Anche nel nostro paese il rischio non è ancora ben percepito: il 15% delle Pmi ritiene di aver adottato strumenti a difesa dagli attacchi informatici e ben il 13,5% pensa che la propria azienda non sia soggetta a episodi di cybercrime. Qui, i principali timori sono legati al furto dei dati dei clienti (25%), all’interruzione del business (23,5%) e al danno reputazionale (11,5%).

Supply chain, un rischio senza conseguenze

Sottovalutata anche la perdita di fornitori strategici: a livello globale, il 55% degli intervistati ritiene che non avrebbe ricadute sull’attività ordinaria dell’azienda e solo 1 pmi su 7 considera rilevante la perdita di un fornitore chiave.
Stesso dicasi per l’Italia, dove oltre il 58,5% degli intervistati sostiene che la perdita dei propri fornitori di riferimento non avrebbe ricadute sull’attività ordinaria dell’azienda e il 15% afferma che tale perdita potrebbe causare solo un breve ritardo nella produzione. Dalla ricerca risulta anche che le nostre Pmi hanno un numero di fornitori più alto, rispetto alle Pmi portoghesi o irlandesi e, per questo motivo, il grado di dipendenza da parte dei fornitori risulta più basso.


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