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Rischio alluvioni, un fenomeno arginabile

Un decalogo di regole da seguire per gestire il fenomeno alluvioni e salvaguardare le imprese, anche da un punto di vista produttivo e di business continuity. È quanto Anra ha proposto per prevenire le sempre più gravi e numerose emergenze che colpiscono il nostro Paese

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Il recente e devastante passaggio del ciclone Cleopatra sulla Sardegna testimonia una volta di più (se mai ancora si avesse bisogno di prove) che eventi di tale carica distruttiva possono colpire duramente anche il territorio italiano, e non soltanto luoghi geograficamente remoti come le Filippine o il Mid-West americano. Prova a spiegare l'impatto e la possibile gestione di questi fenomeni (in Italia e nel mondo) un'analisi realizzata da Anra, l'associazione nazionale dei risk manager, in collaborazione con la società di consulenza attuariale Milliman.

L'INCURIA DEL TERRITORIO

Negli ultimi cinque anni sono stati registrati in tutto il mondo circa 25 mila decessi, di cui 89 in Italia, a cui si aggiungono i 16 del recente evento sardo. A livello mondiale, i danni assicurati legati al rischio alluvioni sono pari a 30 miliardi di dollari, il che fa sì che questo tipo di fenomeno vada a rappresentare circa un decimo delle perdite complessive assicurate per tutti gli eventi naturali. Secondo l'analisi di Milliman (che ha elaborato dati provenienti dal dipartimento della Protezione Civile e dall'istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr e i report Sigma realizzati da Swiss Re) la frequenza delle alluvioni in Italia tra il 1948 e oggi risulta essere in vertiginoso aumento, con una concentrazione del fenomeno tra i mesi autunnali. Se veniamo a osservare le dimensioni globali del fenomeno, circoscrivendo la serie storica - spiega Paola Luraschi, principal in Milliman - in Italia si evidenza inoltre un significativo trend crescente nel tempo. L'evento alluvionale presenta peculiarità caratteristiche, perché legato sia alle particolarità idrogeologiche del territorio, sia alle condizioni climatiche che possono mutare nel tempo. Tali aspetti - sottolinea Luraschi - devono essere tenuti in debita considerazione per la definizione di strategie di mitigazione del rischio con conseguente contenimento dei danni. Fra l'altro - osserva - proprio il rischio alluvione è percepito in maniera significativa dalla popolazione italiana e in particolare in Sardegna, dove il 14% degli abitanti reputa il rischio inondazione come molto elevato". Un dato, questo, che è in crescita del 7%, e per cui vale anche la considerazione che "la Sardegna storicamente non è stata sede di eventi alluvionali di grande entità". Osservando la percezione soggettiva, l'esposizione al rischio da alluvione è considerata molto o abbastanza elevata in Liguria (49%), Calabria (46%) e Valle d'Aosta (44%).

SCARSA ATTENZIONE A FENOMENI CICLICI E RICORRENTI
"La fragilità del nostro Paese è, in queste ore, uno specchio tragico della scarsa capacità di gestire fenomeni naturali, purtroppo prevedibili nella loro ricorrenza ciclica", osserva il presidente di Anra, Paolo Rubini, secondo cui dovrebbero essere una priorità delle istituzioni "la cura e la stretta sorveglianza di ponti, strade, infrastrutture, che in queste tragiche occasioni significherebbe anche vite umane che non si perdono su terrapieni insicuri o su vie con poca manutenzione. Per chi come noi quotidianamente deve gestire i rischi per professione - sottolinea - desta grande amarezza la scarsa propensione nell'essere pronti a reggere l'urto di inondazioni prevedibili". Rubini pone l'accento sul fatto che, per avere un quadro dei rischi che corriamo in buona parte del nostro territorio, "basterebbe anche solo leggere il catalogo storico degli eventi geo-idrologici di oltre un millennio, realizzato da Dipartimento della protezione civile e dall'Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr". Le informazioni riguardano 1.676 frane avvenute fra l'843 e il 2012, che hanno causato oltre 17.500 tra morti, feriti e dispersi in almeno 1.450 località, e 1.346 inondazioni verificatesi fra il 589 e il 2012, con più di 42.000 vittime e 1.040 località. Fra il 1960 e il 2012, periodo per il quale il catalogo è sostanzialmente completo, tutte le 20 regioni italiane hanno subito eventi fatali: 541 inondazioni in 451 località di 388 comuni che hanno causato 1.760 vittime (762 morti, 67 dispersi, 931 feriti), e 812 frane in 747 località di 536 comuni con 5.368 vittime (3.413 morti compresi i 1.917 dell'evento del Vajont del 1963, 14 dispersi, 1.941 feriti). Tuttavia esistono anche alcuni esempi di gestione virtuosa del rischio alluvione: è il caso della Toscana dove, anche a seguito dell'alluvione di Firenze del 1966, sono state emanate due leggi regionali (nel 2011), che pongono il vincoli di edificabilità nelle aree ad alto rischio idrogeologico e sbloccano la burocrazia per la costruzione di casse di espansione per il contenimento delle piene e di argini mobili.

DIECI REGOLE PER METTERE AL SICURO LA BUSINESS CONTINUITY

Analizzando il fenomeno da un punto di vista del risk management, per prevenire e mitigare le conseguenze di un'alluvione su un sito produttivo, "le principali linee guida da adottare possono essere riassunte in un decalogo", spiega Alessandro De Felice, consigliere di Anra e vice presidente di Ferma, nonché chief risk officer di Prysmian. "Ovviamente, la migliore prevenzione si ottiene durante la fase di ubicazione del sito produttivo, che dovrebbe tenere conto del rischio inondazione". Secondo De Felice, per garantire la business continuity è opportuno considerare dieci regole di base: 1. identificare le potenziali cause di inondazione (non solo fiumi adiacenti, ma anche forti piogge); 2. valutarne l'impatto in termini di livello previsto e relativa probabilità, mediante eventuali mappe di inondazione o serie storiche; 3. identificare le aree dello stabilimento che saranno maggiormente inondate; 4. monitorare il livello di piena dei corsi d'acqua adiacenti e prestare attenzione agli allarmi meteo; 5. installare barriere permanenti o temporanee per evitare l'ingresso di acqua all'interno degli edifici o in aree sotterranee; 6. effettuare manutenzione sui sistemi di fognatura e raccolta acque meteoriche per evitare ostruzioni e garantire il deflusso anche con l'installazione di valvole di non ritorno e pompe di drenaggio; 7. installare protezioni permanenti sulle forniture critiche (gas, energia ecc.) e sui materiali potenzialmente pericolosi e/o inquinanti. 8. trasferimento dei macchinari e prodotti in magazzino ad alto valore e/o critici; 9. redigere ed includere nel piano di emergenza del sito, le azioni necessarie da intraprendere durante l'inondazione; 10. pianificare un piano di recupero post alluvione, includendo società specializzate nel rispristino edifici, macchinari e materiali.

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