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Gli italiani e il welfare pubblico

La seconda indagine sul tema realizzata da Censis e Forum Ania-Consumatori mostra la sfiducia dei cittadini rispetto all'attuale sistema giudicato poco efficiente, troppo costoso e non abbastanza equo

12/12/2012
Gli italiani si confermano pessimisti, ma si rivelano più razionali e pragmatici di come spesso vengono rappresentati. Interpellati sull'attuale sistema di welfare, in termini di aspettative, bisogni, costi e servizi palesano da un lato una sostanziale sfiducia verso la capacità di protezione dello Stato nei confronti dei suoi cittadini, ma dall'altro mostrano di aver ben compreso la necessità del pubblico di razionalizzare il suo intervento. Il 63% ritiene che il welfare italiano sia inadeguato, l'86% chiede che sia modificato per dare idonea copertura ai nuovi bisogni, come la non autosufficienza, per l'86% i servizi vanno pagati in relazione al reddito e il 54% considera inevitabile una razionalizzazione selezionando i servizi e gli interventi necessari alla popolazione e tagliando le spese inutili. Come dire, abbiamo capito l'esigenza di risparmiare, ma cominciamo dall'eliminazione degli sprechi e da un'allocazione più equa delle risorse disponibili. Questo è quanto emerge dalla seconda indagine Le nuove tutele oltre la crisi: il welfare possibile per giovani, migranti e non autosufficienti" realizzata dal Censis per il Forum Ania-Consumatori, fondazione promossa dall'Associazione delle imprese assicuratrici, e presentata a Roma presso l'Auditorium dell'Ara Pacis.

La non autosufficienza, una questione di "famiglia"
Posto che il 63,6% degli italiani pensa che la copertura pubblica sarà sempre più limitata, come pensano di far fronte in futuro alle proprie esigenze di protezione? Per tutelarsi dal rischio di eventi imprevisti l'83,9% cercherà di risparmiare, mentre l'80,4% sostiene che cambierà il proprio comportamento a cominciare dall'adozione di stili di vita salutari e da un approccio più prudente al proprio benessere, effettuando controlli medici periodici. A fronte di un 76% che confida unicamente nella capacità di adattamento della famiglia, solo un terzo del campione ritiene opportuno l'utilizzo di strumenti specifici come le polizze danni (32,3%), le polizze vita o i fondi pensione (30,4%). Attualmente le forme di autotutela privata raggiungono un valore di quasi 28 miliardi di euro annui per la spesa sanitaria privata (+2,3% nel periodo 2008-2011) e di circa 11 miliardi di euro per l'assistenza privata per anziani e non autosufficienti.
E forse è proprio su quest'ultimo fronte che il nostro sistema sociale è considerato più debole e carente. Secondo le stime del Censis, gli anziani non autosufficienti sono 2,2 milioni, pari al 3,9% del totale della popolazione italiana, e in un caso su tre sono assistiti esclusivamente a livello familiare, tanto che i parenti stretti rappresentano i cosiddetti caregiver (termine inglese che indica coloro che si occupano di offrire cure ed assistenza ad un'altra persona) nel 73,5% dei casi. 

Per questo, gran parte degli italiani ritiene prioritario che lo Stato stanzi fondi per il potenziamento dei servizi di assistenza - solo il 15,2% li ritiene sufficienti - o a livello domiciliare (43,8%) oppure attraverso un sostegno economico diretto alle famiglie (34,1%). Ma anche in questo caso, a predominare è il realismo, i cittadini sanno che i costi sono alti e le finanze pubbliche troppo esigue, per cui la maggioranza degli italiani è convinta che dovrà affrontare autonomamente l'eventuale condizione di non autosufficienza, risparmiando, integrando l'assistenza pubblica con l'acquisto di servizi privati, oppure sottoscrivendo una copertura assicurativa.

Giovani sempre meno tutelati
Un'altra questione sottolineata dagli intervistati è quella relativa all'equità: per il 75% del campione il nostro sistema di welfare non riesce a contenere le diseguaglianze sociali e in particolare è ritenuta sempre più grave la forbice tra la copertura pubblica e i bisogni di alcuni specifici gruppi sociali. In particolare il riferimento, oltre agli anziani e ai migranti, è alla categoria individuata dall'acronimo "Neet" (Not in education, employment or training) ovvero i giovani che non lavorano, non studiano e non cercano occupazione.
Nel nostro paese i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni che vivono con almeno un genitore sono oltre 6,9 milioni (il 52,9%), mentre i "Neet" sono 3,2 milioni pari al 23,9% della popolazione tra 15 e 34 anni. Si tratta dunque di circa un quarto degli italiani per i quali il problema dominante è trovare un'occupazione. Rispetto a questo dato, il 60% degli intervistati pensa che sia sbagliato pagare meno o dare meno tutele ai giovani che si affacciano per la prima volta al mercato del lavoro. Tuttavia, la stragrande maggioranza (quasi il 92%) consiglia loro di accontentarsi della prima opportunità che gli viene offerta, anche se mal pagata e inadeguata al loro titolo di studio. Ma i giovani cosa ne pensano? Riguardo agli ambiti in cui implementare nuovi strumenti monetari, come sussidi e servizi ad hoc per migliorare l'attuale sistema, oltre il 37% dei giovani richiama la precarietà del lavoro, il 29,2% la perdita dell'occupazione e il 33,6% la disoccupazione di lunga durata.

Lo sguardo dei migranti
L'indagine del Censis offre infine un'analisi dedicata a quella fascia di popolazione, talvolta dimenticata, ma che vive con la famiglia in Italia con l'ambizione di migliorare la propria condizione socio-economica, che sono i migranti.
Questi ultimi si dimostrano ottimisti sulle prospettive di integrazione, quasi l'80% pensa che il fatto di essere spesso impiegati in lavori umili e a basso reddito sia una condizione transitoria e che i più bravi avranno la possibilità di emanciparsi, ad esempio il 53,2% ritiene che i più abili emergeranno nell'imprenditoria. Considerando i servizi di welfare cui si accede tramite lo strumento Isee, i migranti richiedono più asili nido e scuola rispetto alle famiglie tradizionali: il 44,8% contro il 30,3% degli italiani, che invece si concentrano sui servizi socio-sanitari. Su questo fronte però emerge un rischio di competizione tra questi soggetti sociali, visto che il 48% degli italiani pensa che i migranti ottengano più di quello che danno al sistema di welfare, contro un 16% ritiene che questa popolazione dia più di quel che riceve in cambio.

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