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Fracking (hydraulic fracturing) o fratturazione idraulica

Si tratta di una tecnica di sfruttamento minerario che permette di estrarre depositi marginali di idrocarburi in forma liquida o gassosa. A questo metodo, particolarmente diffuso negli Stati Uniti, sono tuttavia associati rischi ambientali potenzialmente elevati

Fracking (hydraulic fracturing)  o fratturazione idraulica hp_vert_img
Il fracking, più precisamente hydraulic fracturing o fratturazione idraulica, è una particolare tecnica estrattiva usata per recuperare gas naturali e petrolio dalle rocce in cui sono rimasti intrappolati, a grande profondità nelle viscere della terra.
Le riserve di idrocarburi si sono formate nel corso dei millenni dal deposito di materiali organici sul fondo del mare. Tali materiali vengono gradualmente ricoperti da sedimenti e sottoposti all’azione combinata del tempo, del calore e della pressione, decomponendosi e trasformandosi, appunto, in idrocarburi. 
Quando le rocce tra le quali avviene questa trasformazione sono di tipo poroso, gli idrocarburi, che sono più leggeri e volatili, riescono ad attraversarle, risalendo verso la superficie, fino ad incontrare uno strato di roccia impermeabile che li imprigiona in vere e proprie sacche, dalle quali è poi possibile estrarli con i metodi convenzionali di ricerca e trivellazione.
Ma se le rocce tra le quali gli idrocarburi si sono formati hanno una struttura scarsamente porosa, come avviene per i minerali di tipo scistoso, essi restano intrappolati al loro interno ed è necessario provocare la rottura di queste rocce per poterli estrarre.
La tecnica della fratturazione idraulica consiste nel perforare le rocce fino a grande profondità, iniettando a elevatissima pressione un liquido composto principalmente da sabbia e acqua, cui vengono aggiunti additivi chimici che hanno la funzione di facilitare il flusso dei materiali verso la superficie. La sabbia, dal canto suo, ha il compito di tenere aperte le fratture create nella roccia, per consentire la fuoriuscita degli idrocarburi. 
Questi ultimi possono trovarsi sotto forma gassosa o liquida e poiché i minerali che più comunemente li contengono sono le rocce di tipo scistoso, i materiali così estratti prendono il nome di gas o petrolio di scisto (in lingua inglese, shale gas).

Risultati di elevata produttività
Questo tipo di tecnica, diffusa negli Stati Uniti già dagli anni ‘90, si è recentemente arricchito di una variante, chiamata perforazione orizzontale, che utilizza lo stesso principio ma prevede che, una volta raggiunta una profondità adeguata, lo scavo sia effettuato orizzontalmente.
Lo scisto, infatti, presenta una struttura lamellare, che forma falde dette piani di scistosità, tra i quali rimangono intrappolati gli idrocarburi oggetto della ricerca. Un lungo scavo in grado di seguire per chilometri questi piani permette di procedere in molte direzioni, creando una sorta di struttura a raggi sotto la superficie, fatta di condotte. Questa tecnica consente di estrarre grandi quantità di gas e petrolio di scisto da un unico pozzo.
Nate negli Stati Uniti, le tecniche di fracking sono molto progredite e nel corso degli ultimi anni la produzione di shale gas è aumentata enormemente in tutto il mondo.
In Usa, quasi il 25% della produzione complessiva di idrocarburi proviene oggi da questo tipo di estrazione e si prevede che tale percentuale superi il 40% entro il 2035. Grazie alla quantità di idrocarburi così ottenuta, il prezzo delle fonti energetiche in questo Paese si è ridotto enormemente e ciò ha avuto un impatto determinante sull’economia dei settori industriali che dipendono da un largo consumo di gas. 
Questo tipo di estrazione, inoltre, permette di ottenere grandi quantità di prodotto nel giro di poco tempo, perché i pozzi di shale gas rilasciano la maggior parte delle loro riserve nei primi due o tre anni di produzione, mentre quelli tradizionali permettono alle società estrattive di recuperare i capitali di investimento in periodi molto più lunghi. 

Un possibile elevato impatto ambientale
Ma come spesso accade, questa tecnica, che sembrava capace di risolvere i problemi di approvvigionamento di intere nazioni, possiede un lato oscuro, principalmente a causa degli effetti negativi che essa comporta per l’ambiente.
Innanzitutto, questo processo prevede l’uso di grandi quantità di acqua ed è spesso utilizzato in aree che soffrono della mancanza di questo prezioso elemento. 
La composizione chimica degli additivi utilizzati per facilitare il processo estrattivo è poi un segreto che ogni compagnia estrattiva conserva gelosamente, ma sappiamo che essa comprende benzene, toluene, metanolo, glicoletilene, acido cloridrico e una certa dose di biocidi: tutte sostanze altamente tossiche. 
Inoltre, i liquidi che risalgono alla superficie dopo il trattamento, trasportano con sé metalli pesanti e perfino particelle radioattive, finendo con l’essere ancora più dannosi di quelli originariamente iniettati. 
C’è poi la possibilità che le falde acquifere vengano contaminate dagli idrocarburi o dagli additivi chimici accidentalmente rilasciati dalle condotte utilizzate, per non parlare della quantità di metano che viene liberato nell’atmosfera nel corso del procedimento estrattivo.
Negli Stati Uniti, ad esempio, sono state intentate numerose cause alle società estrattive, perché gli abitanti delle zone vicine ai pozzi hanno denunciato incendi e scoppi causati dall’acqua che fuoriusciva dai loro rubinetti, evidentemente contaminata dai gas e dal petrolio estratti.
Questa tecnica estrattiva è stata anche accusata di indurre un aumento dei fenomeni sismici nelle aree soggette a trattamento: iniettare acqua e solventi ad altissima pressione e a grande profondità, infatti, causerebbe la frattura degli strati rocciosi per alcune miglia, il che può provocare movimenti delle faglie. 
Si tratta di addebiti difficili da provare, ma è un fatto che si siano riscontrati numerosi eventi sismici di bassa e media entità, anche in aree tradizionalmente non esposte a fenomeni tellurici, come il Regno Unito. È dunque ragionevole pensare che possano verificarsi eventi anche più gravi in quelle zone di per sé già esposte ai terremoti.

Un rischio che molte compagnie non assicurano
Questi problemi hanno spinto molti governi (tra cui il nostro) a limitare o vietare del tutto l’uso del fracking, che rappresenta oggi una risorsa assai discussa, per quanto ancora ammessa in molti Paesi.
Sul piano assicurativo, la rapida diffusione di queste tecniche estrattive e le preoccupazioni legate al loro impatto sull’ambiente e sulla salute umana, unite al gran numero di giurisdizioni interessate, rendono assai difficile valutare il rischio a loro associato. L’attività di fracking comporta rischi difficilmente parametrabili e che possono interessare una grande varietà di rami assicurativi, sia per quel che riguarda i danni ai beni, che per quelli legati alla responsabilità civile.
Da quanto detto, emergono chiaramente esposizioni sul piano dei rischi da incendio, guasti alle macchine, terremoto, inquinamento, etc. In Usa si sono sperimentati problemi perfino nella responsabilità da circolazione degli autoveicoli, a causa dell’abnorme aumento dei mezzi circolanti nelle aree di estrazione (lo shale gas viene principalmente trasportato per mezzo di autocarri).
Per gli assicuratori, insomma, il fracking costituisce una grande sfida a livello tecnico e la maggior parte delle compagnie si rifiuta di prestare copertura per le conseguenze dannose che ne potrebbero derivare, nel timore di incappare in situazioni i cui esiti sarebbero impossibili da controllare.

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