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La crisi dell’Europa nella mappa di Marsh

Terrorismo, movimenti antisistema e tensioni indipendentiste minano il futuro del Vecchio Continente e ne aumentano i rischi geopolitici. In Italia, fiducia alle riforme di Matteo Renzi

03/02/2016
Continueranno a crescere anche nel 2016 i rischi geopolitici. Dal terrorismo alla violenza politica, dai conflitti armati all’avanzare dei movimenti antisistema, i pericoli s’intrecceranno con il nuovo scenario dell’economia mondiale, caratterizzato dalla crescita lenta, il crollo dei prezzi delle commodity e il rallentamento dei mercati emergenti. E proprio in quei Paesi, che dovevano essere il traino dello sviluppo si acuiranno i conflitti (sociali e politici), mentre nelle economie sviluppate la tenuta dei governi sarà sempre più messa a rischio dalle tensioni provocate da stagnazione economica, recupero occupazionale troppo lento e populismi pericolosi. 

È questo il mondo in cui dovranno fare business le grandi corporation che hanno interessi ormai in qualunque parte del mondo. Rischi persistenti, striscianti, disomogenei, che Marsh e Bmi Research hanno cercato di ordinare in una mappa dei rischi geopolitici (Marsh’s political risk map 2016), pubblicata questo mese. 

Il terrorismo terrorizza

Il primo fattore di rischio analizzato da Marsh è deflagrato nel 2015 in Europa con una violenza sconosciuta da decenni, portando conseguenze indirette preoccupanti, oltre che morti e feriti: il terrorismo. 

L’intensificarsi degli attacchi nel 2015 ha portato a una rinnovata attenzione nella lotta contro questa tipologia di minacce. L’influenza dell’Isis, che rimane forte in Iraq e in Siria e si sta espandendo in tutto il Medio Oriente e il nord dell’Africa, resta la preoccupazione principale in questo campo. Secondo Bmi, la guerra al terrore, cominciata convenzionalmente dopo l’11 settembre 2001, potrebbe continuare per almeno un altro decennio. L’Europa è particolarmente fragile perché il collegamento tra l’aumento delle preoccupazioni della società civile per il terrorismo e l’immigrazione sta avvantaggiando i partiti politici di destra. 

Insieme al terrorismo e alla crisi dei migranti, le misure di austerità europee hanno contribuito a far crescere partiti antisistema in Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Spagna, Regno Unito e Italia. Nella maggior parte dei casi, sottolinea Marsh, questi partiti non sembrano avere probabilità di vincere elezioni, ma possono comunque influenzare le politiche qualora partecipassero a governo di coalizione (si veda Podemos in Spagna). La crescente potenza di queste formazioni continuerà a mettere a dura prova i fondamenti stessi dell’Unione Europea, primo tra tutti la libera circolazione che, qualora fosse abolita,  danneggerebbe molto i rapporti di lavoro transfrontalieri. 

Occhio al Brexit e agli indipendentisti

Restando all’Europa, altri rischi importanti sono rappresentati dalla Brexit e dai movimenti indipendentisti. Il referendum sull’uscita dall’Ue del Regno Unito dovrebbe avvenire nel 2016: Bmi prevede che a favore voterà il 35% degli aventi diritto, ma questo dato è ancora fluido. Fino a oggi, il governo conservatore è rimasto neutrale, anche perché sta negoziando con l’Unione Europea importanti issue, quali (ancora) le politiche migratorie interne all’Unione, che potrebbero limitare le possibilità di lavoro in Uk per i cittadini stranieri, anche se europei. 

Intanto si fanno sempre più forti le pressioni indipendentiste interne agli Stati: a partire proprio dal Regno Unito, che ha seri problemi con la Scozia, anche dopo la sconfitta dei nazionalisti nel referendum del 2014, per arrivare in Spagna alla Catalogna, passando per il conflitto in Ucraina, la cui sorte è uscita dai radar. Questi scenari disegnano un dibattito tra “centralizzazione e federalizzazione” che, tuttavia, non produrrà la nascita di nuovi Stati, almeno per i prossimi cinque anni.  

Avanti con le riforme di Renzi

La situazione italiana sembra essere più tranquilla anche perché il rischio maggiore del Paese, cioè il sistema politico cronicamente instabile, potrebbe attenuarsi sensibilmente, “qualora il primo ministro Matteo Renzi – scrivono Marsh e Bmi – riuscisse far passare la riforma costituzionale e quella elettorale. Renzi – continua il report – è un forte riformatore ed è attualmente il politico più popolare in Italia. Il sostegno di cui gode e le divisioni all’interno dell’opposizione hanno rafforzato il suo impegno per portare avanti misure difficili, tra cui la liberalizzazione del mercato del lavoro. Sebbene il suo programma di riforme rischi ancora di deragliare, ciò che è stato fatto finora è promettente”, concludono da Marsh e Bmi.  




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