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La riscoperta della solidarietà ai tempi del Coronavirus

Prima parte - L’epidemia in corso sembra aver ricostituito un rapporto di rispetto nei confronti del personale medico. L’occasione permette una riflessione sul principio costituzionale e sulla legge in materia di responsabilità sanitaria

10/06/2020
L’unico risvolto positivo di questa tragedia sanitaria, sociale ed economica che ci ha colpito è quello di aver riscoperto una parola che sembrava perduta e retaggio di un tempo ormai remoto: solidarietà.
Oggi, questa parola è tornata prepotentemente nel discorso pubblico e tutti la pronunciano con intensità per tessere le lodi di coloro i quali si battono in prima fila e perdono la vita per combattere questo virus. I medici, gli infermieri e gli altri esercenti le professioni sanitarie sono diventati i nuovi eroi nazionali, e questo è sicuramente positivo. Ma non dobbiamo scordarci, però, il trend culturale dominante prima che scoppiasse questa pandemia. Non possiamo far finta di ignorare che nel nostro Paese sino a poco tempo fa l’orientamento culturale prevalente nei confronti dei medici era quello del sospetto e del pregiudizio. I medici, come ci ha ricordato sempre il professor Luciano Eusebi in molti suoi scritti, non erano più considerati degli amici ai quali rivolgersi con fiducia ma dei nemici dai quali bisognava difendersi, che potevano farti del male e ai quali occorreva opporre il proprio diritto all’autodeterminazione.
Il fatto, dunque, che la solidarietà verso i medici e gli altri esercenti le altre professioni sanitarie sia riconosciuta oggi da tutti non può cancellare la logica prevalente che imperava prima del virus.
Ma qual è la storia della solidarietà?
Qual è il principio che afferma l’obbligo di solidarietà nel nostro ordinamento?
E quali sono le disposizioni che mettono in pratica questo principio nella legge n. 24/2017 sulla responsabilità sanitaria?

Un po’ di storia
La solidarietà compare in tempi diversi, non conosce percorsi coerenti, si confonde a volte con la fraternità affermata con la rivoluzione francese ma è un concetto molto più ampio e profondo.
La sua origine va ricercata nella modernità giuridica che si dipana tra la fine del Seicento e la fine dell’Ottocento.
Nel 1748 un grande illuminista, Montesquieu, nel libro De l’esprit de lois ci regala già un’idea forte di solidarietà quando, in un capitolo dedicato agli ospedali, afferma che qualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere agli obblighi dello Stato il quale deve a tutti i cittadini la sussistenza assicurata, il nutrimento e un genere di vita che non sia dannoso alla salute.
La solidarietà, dunque, va oltre la dimensione caritatevole e impone allo Stato degli obblighi precisi che includono il diritto alla sopravvivenza, al cibo, al vestiario e alla salute.
Le idee e il pensiero filosofico illuminista si sviluppano e diventeranno principi sui quali si fonda la vita di uno Stato democratico con le costituzioni rigide del Novecento. È nel contesto storico successivo alla seconda guerra mondiale, con le nuove costituzioni, che il concetto di solidarietà trova la sua vera essenza e il suo approdo.
È solo dopo una guerra che ha visto l’orrore del nazismo e di milioni di morti che si può comprendere il senso profondo della parola solidarietà. E il pensiero, seppur con le debite proporzioni, non può che andare alla tragedia della pandemia che stiamo vivendo nell’attuale periodo.

Alla base della tutela dei diritti
Ebbene, le nuove costituzioni del Novecento si fondano, come è noto, su tre pilastri.
Il primo è la tutela dei diritti fondamentali delle persone il cui riconoscimento è funzione, appunto, di una logica solidale da parte dello Stato.
Il secondo è la tutela della dignità delle persone in ogni loro attività personale, sociale ed economica e qui basta riandare ai libri di Stefano Rodotà per comprendere l’importanza di questo principio.
Il terzo pilastro ha per oggetto il dovere di solidarietà politica, economica e sociale che è strettamente collegato ai diritti fondamentali riconosciuti dalle nuove carte costituzionali. Queste costituzioni pongono al centro della loro architettura la persona ma, come afferma un grande giurista e storico del diritto, Paolo Grossi, non la persona come individuo astratto, solitario ma la persona nella sua vita quotidiana, nel rapporto con gli altri, con i suoi diritti, certo, ma anche con i suoi doveri.

Il principio di solidarietà è fondante nella Costituzione
Ebbene, la solidarietà in questa prospettiva, non rappresenta più un dovere morale, un principio etico raccomandato dalle vecchie carte dei diritti settecentesche e ottocentesche, ma uno dei principi giuridici sui quali si fonda uno Stato democratico.
Lo afferma in tutta chiarezza l’articolo 2 della nostra Costituzione che stabilisce una stretta connessione tra i diritti fondamentali che spettano a tutti e l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà nei rapporti con gli altri (in famiglia, nel lavoro, nel rapporto con chi ci cura, nella scuola, ecc.).
La solidarietà, dunque, è un principio giuridico che si affianca agli altri principi di uno Stato democratico (libertà, uguaglianza, dignità) ed è la base della convivenza sociale e deve essere calato nella vita di ogni giorno, nella legislazione e nella giurisprudenza.
Come ha affermato ancora il grande giurista, Stefano Rodotà, in un suo famoso libro sulla solidarietà, i tre grandi istituti privatistici (proprietà, responsabilità e contratto) devono quindi essere studiati e applicati in una forma che tenga fermo il principio di solidarietà.
Il potere del proprietario, il rapporto tra creditore e debitore, il risarcimento del danno, afferma Rodotà, non possono non risentire dell’ampiezza conferita dalla Costituzione al principio di solidarietà.
E in questo periodo storico di emergenza sanitaria, sociale ed economica, le parole di Rodotà sono profetiche e devono essere una guida per tutti, a partire dal legislatore e dalla giurisprudenza.

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