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Myanmar: sarà la nuova Cina?

Sace analizza rischi e prospettive di sviluppo di un Paese dall’enorme potenziale economico

02/05/2012
Il tempo dirà se stiamo assistendo agli albori dell'ascesa di una nuova tigre asiatica. A un mese dalle elezioni che hanno riportato il partito del premio nobel Aung San Suu Kyi alla guida del paese, l'ufficio studi di Sace analizza le prospettive del Myanmar paragonando il suo potenziale di crescita, poste le dovute proporzioni, a quelle della Cina di Xiaoping nel 1979, ma con una maggiore ricchezza di risorse naturali.

Già all'inizio degli anni Sessanta quando ancora si trovava sotto l'egemonia britannica e si chiamava Birmania era tra le economie asiatiche più promettenti: il maggior esportatore mondiale di riso, importante produttore di legni pregiati, un sistema economico e legale efficiente con una forza lavoro qualificata, ma soprattutto con vaste risorse naturali, in parte ancora inesplorate. 

Queste incoraggianti promesse sono state precocemente stroncate dal golpe del 1962 e da mezzo secolo di dittatura militare che hanno reso il Myanmar un paese isolato e tra i più poveri al mondo, con un reddito procapite di circa 800 dollari l'anno. Inoltre le dure repressioni popolari della fine degli anni Ottanta, il rovesciamento dei risultati elettorali del 1990 e l'arresto di Aung San Suu Kyi leader della National Democratic League, hanno portato i paesi occidentali a introdurre un duro regime sanzionatorio. 

Ora il nuovo corso del governo Thein Sein sta portando ad un primo allentamento del delle sanzioni e gli stati occidentali guardano con sempre maggior interesse ad un paese caratterizzato da enormi risorse naturali, dalla prossimità a due tra le economie più dinamiche al mondo, Cina e India, e da manodopera giovane e a basso costo (il livello medio dei salari è circa la metà di quello vietnamita e un quinto di quello cinese). Nonostante un piano di riforme epocali, a partire dalla strutturazione di un nuovo sistema valutario, l'analisi Sace conclude definendo l'ex Birmania un paese povero e ancora completamente assoggettato al potere militare, ma rilevando anche che gli investimenti di Pechino soprattutto nel settore energetico coprono già il 70% del totale degli ide (investimenti diretti all'estero) in Myanmar.

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