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Risk management, la lezione inascoltata del coronavirus

Le imprese hanno risposto all'emergenza sanitaria con interventi di corto respiro. Il desiderio di tornare alla normalità, stando all'ultimo osservatorio curato da Cineas e Mediobanca, prevale sulla possibilità di istituire sistemi integrati di gestione del rischio. E le aziende restano così vulnerabili

26/11/2020
Il coronavirus non fa scuola. Almeno per quanto riguarda il risk management. Di fronte alla crisi innescata dall'emergenza sanitaria, soltanto pochissime imprese di medie dimensioni in Italia hanno infatti colto l'occasione per rinnovarsi e definire procedure più efficaci di gestione del rischio. Tutto il resto, la stragrande maggioranza del nostro sistema produttivo, si è invece limitata a interventi di corto respiro, misure straordinarie volte più a superare l'emergenza del momento che a gettare le basi per gestire meglio i rischi di domani. Il risultato è che, stando all'ultimo Osservatorio sul risk management delle medie imprese di Cineas e Mediobanca, le imprese italiane continuano a essere fragili e vulnerabili al rischio. Di questo passo, a differenza di quello che si è a lungo ripetuto in questi mesi di pandemia, non ne usciremo migliori. 
Giunto alla sua ottava edizione, l'osservatorio è stato presentato ieri mattina in un evento online interamente condotto e moderato da Maria Rosa Alaggio, direttore di questa testata. “Le imprese sono arrivate sostanzialmente impreparate all'emergenza coronavirus: il 90% delle aziende non aveva inserito il rischio pandemico nei suoi modelli di gestione e soltanto l'11% del settore disponeva di un comitato di crisi”, ha esordito Gabriele Barbaresco, direttore dell'ufficio studi di Mediobanca, dopo i saluti introduttivi di Massimo Michaud, presidente di Cineas. La risposta, come già accennato, si è limitata soltanto a iniziative di circostanza, dettate più dalla voglia di tornare alla normalità che dal desiderio di gestire meglio il rischio. “Il 52,5% delle imprese non prevede investimenti che possano consentire di affrontare meglio le future pandemie”, ha proseguito Barbaresco. E quando questi investimenti ci sono, si concentrano prevalentemente su fattori strettamente operativi: moltissimo dunque su strumenti per la turnazione del personale (40,6%), su dispositivi di teleconferenza (40%) e su device per il controllo a distanza della salute dei dipendenti (31,9%), praticamente nulla per favorire l'automazione (18,2%), per effettuare interventi di manutenzione a distanza (8,1%) e per essere indipendenti dai fornitori (1,8%). Il 38,1% delle imprese, più candidamente, ha affermato di non aver in programma nessun investimento di carattere organizzativo. 

TANTI SISTEMI POCO COMPLETI
Qualche passo in avanti, rispetto agli ultimi anni, è stato fatto. Dopo la pandemia, per esempio, le imprese che si sono dotate di un comitato di crisi, dall'11% che erano, sono passate al 52,8%. E sistemi integrati di gestione del rischio, diffusi nel 2016 soltanto nel 17,2% delle aziende, arrivano oggi a coprire il 38,6% del mercato. 
Resta però il fatto che la strada da percorrere rimane ancora lunga. Già, perché dietro numeri positivi si nasconde il lato oscuro di una gestione del rischio che viene ancora effettuata in maniera poco oculata. “Nel 55,5% delle aziende prese in considerazione – ha illustrato Barbaresco – l'attività di risk management si declina in una sola operazione, praticamente nella semplice mappatura del rischio”. Gli altri tasselli della filiera, fatta di monitoraggio, sintesi e coinvolgimento del consiglio di amministrazione, vengono di fatto ignorati. “C'è poca sintesi e poca sequenzialità nel processo di gestione”, ha detto Barbaresco. “Praticamente assente – ha proseguito – è poi il coinvolgimento dei vertici aziendali, quelli che dovrebbero prendere le decisioni e avere la responsabilità della continuità di business”. Soltanto nel 3,2% delle aziende si assiste a un processo completo di gestione del rischio, che parte dalla mappatura e finisce al coinvolgimento del cda.

DESTINAZIONE CDA
Proprio sul ruolo dei vertici aziendali si è aperta la successiva tavola rotonda. Secondo Michaud, “la gestione del rischio è una materia altamente tecnica, ma riguarda tutta l'azienda e deve pertanto essere presa in considerazione dai consigli di amministrazione”. Tutto ciò, come visto, avviene però assai raramente. “La gestione del rischio deve risalire la catena di comando – ha proseguito – e coinvolgere i vertici aziendali nell'adozione di strumenti di mitigazione delle minacce”. Sulla stessa linea anche Corrado Passera, fondatore e amministratore delegato di Illimity, secondo il quale “il livello giusto di consapevolezza è quello del cda”. A detta del manager, il mercato dovrebbe seguire l'esempio del settore bancario, passato in pochi anni, a seguito di una serie di interventi regolamentari, a un'oculata gestione di qualsiasi tipo di rischio. “Se adottato in maniera puntuale – ha affermato – è un grandissimo passo in avanti: è un meccanismo salutare di gestione del rischio che, pur non potendo prevenire i cigni neri, può aiutare ad assorbirne gli impatti”.
Non così pessimista si è detto Francesco Caio, presidente di Saipem. “Oggi in Italia ci sono processi e metodi che dieci anni fa non erano presenti: ci sono – ha affermato – una consapevolezza maggiore e processi di budget più consci della relazione fra rischio e ritorno dell'investimento”.

OPPORTUNITÀ DAI NUOVI RISCHI
La diffusione del risk management si lega all'evoluzione dello scenario di rischio. Caio ha portato l'esempio della transizione energetica, fattore di rischio ma anche “opportunità di crescita per trasformare l'impresa in una piattaforma tecnologica di sostenibilità”. Lo stesso avviene a livello di pubblica amministrazione. “Il coronavirus ha fatto passare in secondo piano rischi che tuttavia ci sono e continueranno a esserci”, ha affermato Mauro Dolce, direttore generale del dipartimento della Protezione Civile. “Il punto iniziale di un'oculata politica di governance – ha proseguito – è dato da consapevolezza e conoscenza dei rischi: bisogna partire da un approccio complessivo per procedere quindi a un elenco delle minacce possibili e all'adozione di adeguate iniziative di prevenzione, lasciando la gestione dell'emergenza come soluzione estrema”.
L'evoluzione dello scenario di rischio, a detta di Enrico Giovannini, portavoce dell'ASviS, non è un fenomeno indipendente. Ma si inserisce in una più ampia fase di “cambiamento del capitalismo”. Per Giovannini, “siamo alla soglia di questa evoluzione: il capitalismo degli ultimi quarant'anni, basato unicamente sull'efficienza, si sta eclissando per lasciare maggior spazio a temi come la sostenibilità d'impresa”. In questo contesto, strumenti come la rendicontazione non finanziaria diventano segnali di un cambiamento già in corso. “È un bene – ha detto Giovannini – perché la crisi ci ha dimostrato che il sistema è fragile”. E per affrontare questo cambiamento, saranno necessarie nuove competenze e capacità.

IL VALORE DELLA FORMAZIONE
Nuove competenze e capacità possono arrivare soltanto da un adeguato processo di formazione. “In qualità di ente di formazione, credo che Cineas debba dare il proprio contributo e impegnarsi a diffondere ulteriormente la cultura del rischio a servizio della comunità”, ha commentato Michaud. “Dobbiamo aiutare le imprese – ha proseguito – a immaginare prima i possibili scenari di rischio per poi definire in maniera puntuale le misure da prendere in caso di emergenza”. Serve insomma creare quella “resilienza trasformativa che potrà consentire di accompagnare la transizione al nuovo capitalismo”. E sulla resilienza, come ha osservato in chiusura Giorgio Basile, presidente di Isagro e vice presidente di Cineas Settore Imprese, “si può investire”. Secondo Basile, è infatti arrivato il tempo di elaborare “riflessioni che possano tradursi in proposte operative, e non limitarsi a esercizi intellettuali, per accompagnare l'evoluzione sociale e creare imprese più resilienti allo scenario di rischio”.

Nella foto: un momento della tavola rotonda

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