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Verso un sistema davvero complementare: a che punto siamo?

Prima parte - Una piena integrazione fra prestazioni pubbliche e private, per quanto in crescita, appare ancora lontana. Scarsa attitudine alla prevenzione e mancanza di chiarezza appaiono come i primi ostacoli a un più rapido sviluppo di un sistema efficace di protezione e assistenza

27/09/2019
Volendo fotografare il sistema del welfare complementare, e in particolare quello di matrice assicurativa, si può ben dire che questo stia lentamente ma progressivamente crescendo.
Ne sia riprova la centralità data negli ultimi anni, in tutte le relazioni istituzionali (Ivass, Ania, Covip, …), al tema della corretta integrazione delle provvidenze di sicurezza sociale date dal sistema pubblico con quelle complementari di c.d. secondo e terzo pilastro. Ciò sia per quanto riguarda le pensioni, che la sanità e, ancora, l’assistenza sociale.
Tra l’altro, la definizione stessa di previdenza si è sempre più arricchita di significato nella prassi, sino a ricomprendere anche soluzioni negoziali in ambito assicurativo che la dottrina classica avrebbe definito a matrice squisitamente indennitaria (danni), contrapponendole a quelle squisitamente previdenziali (vita). La riscoperta di un’unitarietà funzionale tra protezione del proprio patrimonio, per esempio tramite una polizza Rc capofamiglia, e politiche di wealth management e previdenza è certamente un ulteriore passo verso quello che dovrebbe essere un approccio integrato ai rischi e ai bisogni, senza lasciare aree scoperte e sapendo dare un ordine di priorità alle proprie esigenze di sicurezza.

Prevenire per proteggere
Un buon gestore del proprio patrimonio è colui che sa, ad esempio, prevenire le future possibili voci di spesa e sostenere un costo certo subito per evitarne uno futuro. E così, per quanto sia evidente come sia molto più utile liberare risorse accantonate per far fronte, per ipotesi, a possibili danni all’abitazione per fenomeni atmosferici, sostenendo un premio assicurativo ricorrente e contenuto, alla previdenza si contrappone la logica del materasso e della liquidità. 
In questo senso, tutti noi sembriamo più interessati a capire dove mettere il piede piuttosto che schivare il lampione che ci attende inesorabile davanti alla fronte.
Aprendo lo sguardo all’Unione Europea, risulta paradigmatico il primo considerando che apre le 60 e passa pagine del regolamento sui Pepp, ossia i piani pensionistici individuali paneuropei (Reg. 2019/1238/Ue): “Le famiglie dell’Unione figurano fra i più grandi risparmiatori al mondo, ma buona parte di tali risparmi è ferma in conti bancari a breve scadenza. Un aumento degli investimenti sui mercati dei capitali può contribuire a rispondere alle sfide rappresentate dall’invecchiamento della popolazione e dai bassi tassi di interesse”.
La previdenza naif europea, e così quella italiana, passa ancora per modalità di approccio al risparmio che sarebbero forse risultate già inappropriate all’indomani del secondo conflitto mondiale. Meglio mantenere la liquidità sul conto corrente a tasso zero, ed essere sempre pronti a spendere, piuttosto che diversificare utilmente il risparmio.
Se di wealth management e di previdenza si parla, è evidente che il ragionamento deve essere compiuto a tutto tondo, dando risposta alle possibili esigenze della persona, attraverso almeno un presidio delle tre maggiori aree di attenzione: cura, assistenza e sostentamento al tempo della pensione. Tutte e tre queste lucine del cruscotto inizieranno ragionevolmente a lampeggiare con l’avanzare degli anni se si guarda al singolo, e restano invece sempre accese se si guarda al nucleo familiare allargato, per chi ha genitori, zii o nonni da assistere. E così, se la saggezza popolare e le reclame ci hanno insegnato che prevenire è meglio che curare, va da sé che la risposta all’esigenza non potrà porsi a ridosso del conclamarsi del bisogno, pena dover sostenere, secondo gli studiosi di economia, un costo per assicurarsi pari a quello per rispondere all’esigenza. Si immagini di volersi costruire una pensione complementare negli ultimi cinque anni di lavoro o acquistare una polizza long term care superati i 55 anni di età.

Lo Stato non basta 
Qualcuno potrebbe obiettare che, pagati i contributi e le tasse, queste dovrebbero essere tutte tematiche di sicurezza sociale a matrice pubblica. Tutte le considerazioni svolte sembrano fondarsi sulla convinzione che il modello di welfare state non possa farcela da solo. 
Non entreremo qui, per ragioni di spazio, in questa annosa discussione: se debba fare tutto lo Stato (cioè noi) o se esista un corretto perimetro di provvidenze di base da garantire per il tramite della fiscalità da affiancare con il ricorso a strumenti di mutualità privata, secondo l’insegnamento di William H. Beveridge.
La linea di pensiero europea, sospinta anche fattualmente dall’esperienza globale, è improntata storicamente secondo una logica multipilastro. Quindi, salvo ripensamenti poco creduti (e, allo stato, sostenuti da argomenti giuridici e economici non sempre convincenti), si tratta solo di comprendere come far convivere correttamente gli strumenti pubblici con quelli privati. 
Una prima considerazione che non può essere trascurata, argomento che mette spesso in crisi gli scettici del modello di welfare integrato, riguarda la Nazione e le regioni in cui il welfare complementare pensionistico e sanitario integrativo è più sviluppato. A differenza del comune sentire, i Paesi e le regioni più mature in termini di welfare pubblico, sono quelle con una maggiore diffusione del welfare complementare. Per quale ragione? Potenzialmente per tre fattori: 1) educazione del consociato: l’attenzione alle tematiche di cui si discute è più marcata nei modelli maturi e strutturati di welfare state (qui, l’Italia fa eccezione, ma per ragioni di ordine più generale legate alla disattenzione dei decenni passati alla materia dell’educazione finanziaria); 2) maggiore reddito pro capite: le Nazioni o le regioni con sistemi di welfare maturo sono normalmente quelle con più disponibilità economiche e di conseguenza, se abbinato al fattore uno (l’educazione al wealth management), questa possibilità di spesa aiuta il risparmio e il ricorso all’assicurazione; 3) i sistemi maturi di welfare, ove correttamente gestiti, dovrebbero consentire ai consociati di comprendere quali e quante provvidenze derivino dal pubblico e quali siano invece le aree di scopertura per singoli e famiglie (questo, lo si dirà, è un grande limite italiano).

In cerca di chiarezza 
L’approccio multipilastro utilizzato per l’Italia può essere così riassunto, anche se in termini impropri:

  1. pensioni: Inps e casse dei professionisti (pubblico) + fondi pensione complementari (privato);
  2. costi per sanità: servizio sanitario nazionale (pubblico) + fondi sanitari integrativi (privato);
  3. assistenza: prestazioni nazionali e locali (pubblico) + coperture della persona, in primis Ltc (privato)
L’impianto sembra straordinariamente ordinato ma non è così né sotto il profilo soggettivo, né sotto quello oggettivo.
Sotto il profilo oggettivo: 1) i fondi pensione hanno come mission anche quella di garantire soluzioni per l’invalidità ed erogano anticipazioni per spese sanitarie; 2) i fondi sanitari si occupano anche di Ltc (secondo il dettato dell’art. 9 del dlgs 502/1992 e la regola delle risorse vincolate di cui ai decreti cosiddetti Turco e Sacconi); la Ltc viene offerta anche in abbinamento ai fondi pensione e può avere natura double face, garantendo una rendita (in logica pensionistica) o prestazioni di rimborso o in forma specifica (secondo logiche più prossime a coperture per le spese mediche e di assistenza).
Sotto il profilo soggettivo: cantiere dormiente del terzo settore a parte, il welfare complementare è terra di enti non profit (o asseriti tali); associazioni, fondazioni e società di mutuo soccorso (queste ultime per i soli punti 2 e 3). Le compagnie di assicurazione sono il primo player per numero di iscritti nella materia pensionistica (tramite i Pip, con 3,3 milioni di iscritti a giugno 2019, dato Covip e parte dei fondi aperti), ma le risorse accumulate sono molto meno di quelle dei fondi negoziali e preesistenti (33 miliardi dei Pip nuovi e una parte dei 21 dei fondi aperti, rispetto agli oltre 112 miliardi di risorse dei fondi negoziali o preesistenti; il tutto anche per ragioni di giovane creazione di queste forme pensionistiche). Le compagnie gestiscono però una fetta interessante di questi risparmi, dietro mandato di questi ultimi. Le compagnie non possono essere considerate fondi sanitari integrativi, con discrimine fiscale tra gli iscritti a questi ultimi e chi acquisti una polizza spese mediche. Così, non è infrequente che nasca prima la frittata dell’uovo e si strutturino fondi sanitari pensati e voluti dalle stesse compagnie, che poi finiscono per ricomprare dietro lo scudo non profit polizze per i propri iscritti (ma consentendogli, così, di beneficiare della fiscalità di favore). L’assistenza, intesa come Ltc, non distingue tra compagnie ed enti non profit: la legge di bilancio 2018 consente ai lavoratori dipendenti di non vedere conteggiato dal reddito da lavoro la quota/premio versato per loro dal datore. Fuori da quest’ambito esiste una detraibilità pari al 19% del premio nel limite di 1.219 euro per l’acquisto di polizze Ltc o sempre del 19% della quota associativa nel limite di 1.300 euro per chi si iscriva a una società di mutuo soccorso e acceda a un piano o a una polizza Ltc.

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