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Gravi rischi per la salute: le sostanze PFA

L’elevata diffusione di Pfas nell’ambiente fa temere un impatto sulla popolazione simile a quello provocato dall’amianto. Si ritiene attualmente che l’area più esposta sia quella del Veneto, ma non ci sono parametri di misurazione condivisi a livello nazionale

10/02/2021
Seconda parte 

È pur vero che molti effetti negativi dei PFAs sulla salute sono ancora da verificare, e non dobbiamo dimenticarci che molti di questi composti sono stati introdotti nel mercato proprio per sopperire all’uso di altre sostanze di cui era già stata provata la tossicità. 
I produttori, ovviamente, negano i loro effetti più pericolosi e, considerato il peso finanziario di questo settore in tutto il mondo e il fatto che tanti ritengano questi prodotti insostituibili, è ovvio che il contenzioso sia già diffusissimo ovunque. Ma sono proprio tutti questi elementi che ci ricordano la tragica storia dell’amianto, anche perché con i PFAs sono a rischio le falde acquifere e, a cascata, tutto ciò che facciamo con l’acqua: per gli esseri viventi, insomma, non ci sarebbe scampo.
E non parliamo di un problema sorto lontano da noi: dopo un’inchiesta di Report che risale al 2016 e al 2017 e alcune indagini commissionate al Cnr, nel 2018 il Consiglio dei Ministri ha dichiarato lo stato di emergenza in Veneto per i PFAs e nominato un commissario. Da quando sono state rilevate concentrazioni particolarmente elevate nel sangue della popolazione di alcuni comuni del vicentino, questi composti sono dunque diventati tristemente famosi anche nel nostro Paese. 

Il caso del Veneto
Già nel 2007 uno studio pubblicato sulla rivista Analytical and Bioanalytical Chemistry aveva rilevato l’elevata presenza di queste sostanze nel nord Italia. Nel 2013 uno studio del Cnr aveva individuato nei comuni compresi tra Padova, Vicenza e Verona elevate concentrazioni di PFAs, che provocarono l’intervento della giunta regionale veneta e del ministero della Salute.
Ai circa 2.000 cittadini residenti nella zona a più elevata concentrazione fu quindi proposto di sottoporsi a un trattamento di lavaggio del sangue: la plasmaferesi. Si tratta di una tecnica che permette di separare la componente liquida del sangue (il plasma), dalla componente cellulare e di rimuovere le sostanze dannose. 
I medici dell’Isde, firmatari di una lettera pubblicata su Epidemiologia & Prevenzione nel 2017, si sono chiesti addirittura se non si trattasse di un nuovo “caso Seveso”. Da allora la vicenda si è fatta sempre più calda, culminando in un vero e proprio scontro istituzionale tra Regione Veneto, che chiedeva al ministero di introdurre valori limite di PFAs nelle acque potabili su tutto il territorio nazionale, e il ministero della Salute, che negava la presenza di “significative criticità” nelle altre zone d’Italia.
Ma il rapporto Distribuzione dei PFAs nelle acque italiane: i risultati del progetto di Stefano Polessello (Irsa-Cnr) ha evidenziato come livelli preoccupanti di queste sostanze siano presenti in molte altre zone del nostro paese.
Alla fine, la Regione Veneto ha deciso di stabilire dei “propri” limiti: meno di 90 ng/l (nanogrammo per litro) per la somma di PFOA e PFOS, i composti più pericolosi (con un limite massimo di 30 ng/l per il solo PFOS) e meno di 300 ng/l per la somma di tutti gli altri PFAs.

Primo veicolo è l’acqua potabile
Nel dicembre 2019 un briefing dell’Agenzia europea dell’ambiente, intitolato Rischi chimici emergenti in Europa - PFAs, ha presentato una panoramica dei rischi noti e potenziali rappresentati dai PFAs in Europa, sottolineando le qualità di persistenza di questi composti e il fatto che gli stessi sono ormai utilizzati in una varietà di prodotti di consumo e applicazioni industriali. 
Sebbene gli studi per la mappatura dei siti potenzialmente inquinati in Europa siano ancora scarsi, le attività di monitoraggio nazionale hanno rilevato la presenza di PFAs nell’ambiente in tutti i Paesi ed evidenziato come la produzione e l’uso di queste sostanze abbiano già provocato la contaminazione delle forniture di acqua potabile in molti di essi. Il biomonitoraggio sugli umani, inoltre, ha rilevato la presenza di PFAs nel sangue dei cittadini europei. Questi risultano esposti principalmente attraverso l’acqua potabile, gli alimenti e i loro imballaggi, creme e cosmetici, tessuti rivestiti con questi prodotti, altri prodotti di consumo assai comuni e perfino attraverso la polvere.
Il briefing dell’AEA avverte che, a causa dell’elevato numero di questo tipo di composti ormai presente ovunque, valutare e gestire individualmente i rischi da essi determinati è un compito difficile, lungo e dispendioso e ciò favorisce il pericolo di un inquinamento diffuso e irreversibile. 
I costi per la società dovuti ai danni alla salute umana e alla bonifica in tutta Europa sono stati stimati in decine di miliardi di euro. L’adozione di misure per limitare gli utilizzi non essenziali e la promozione dell’uso di sostanze chimiche più sicure potrebbe contribuire a limitare l’inquinamento futuro, ma la situazione è certamente grave. 
In tutto ciò l’informazione riveste un ruolo essenziale ed è straordinario come tutti questi fatti siano finora sfuggiti a chi non abbia un occhio particolarmente attento a queste tematiche.

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