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Il risparmio gestito affronta le incertezze del futuro

La decima edizione del Salone, l'evento organizzato da Assogestioni, parla a tutta la comunità economica e politica del Paese. Dalla crisi dei Pir alle paure per una nuova grande recessione, qualche ricetta per rilanciare lo sviluppo

Il risparmio gestito affronta le incertezze del futuro hp_wide_img
Il risparmio gestito è diventato negli ultimi dieci anni una parte importante non solo nell’economia delle famiglie ma anche nel quadro della stabilità e della crescita finanziaria italiana. Ma siamo arrivati a un momento di svolta: l'industry è alla vigilia di un periodo di cambiamento profondo e in bilico tra un rilancio che la metta davvero al centro dello scenario competitivo italiano e un ripiegamento, con il rischio di aver vanificato gli sforzi di anni di costruzione del castello. Del resto, è un po’ ciò che sta accadendo anche all’economia mondiale ed europea (quella italiana è un’incognita): siamo alla vigilia di una nuova grande crisi o, piuttosto, a una stabilizzazione in attesa di un nuovo modello di sviluppo?  

“Intanto, la progressione quantitativa del risparmio gestito italiano, che ci attendiamo anche nei prossimi anni, deve coniugarsi con una progressione qualitativa, che renda l’industria sempre più responsabile”. Con queste parole, Tommaso Corcos, riconfermato presidente di Assogestioni, ha aperto la decima edizione del Salone del risparmio, evento che si tiene in questi giorni a Milano e che riunisce la stragrande maggioranza degli operatori del settore, comprese banche e assicurazioni. A dimostrazione dell’importanza sempre maggiore della manifestazione nell’agenda economica e finanziaria italiana, le è stata appena conferita dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la medaglia d’oro del Quirinale. 

IL BICCHIERE (PIÙ CHE) MEZZO PIENO 
Dal 2010 a oggi, le masse gestite dagli operatori del settore sono raddoppiate: se nove anni fa ammontavano a poco più di 1.000 miliardi di euro, oggi il valore ha superato i 2.000 miliardi (2.017). “Il risparmio italiano – ha precisato Corcos – è in linea con l’andamento europeo, se non consideriamo la storica arretratezza dell’azionariato”. Nel 2018, la raccolta netta si è fermata a 10 miliardi di euro, poco più di un decimo di quella del 2017 che faceva segnare un totale di 97 miliardi: “a voler vedere il bicchiere mezzo vuoto – ha detto il presidente di Assogestioni – non dovremmo essere contenti, e invece è stata importante la tenuta del sistema in un periodo di tensioni molto forti sui mercati”.  

Il settore si attende per i prossimi anni una media di crescita intorno al 2/3%, con una risalita di commissioni e costi ma con il vantaggio, ha aggiunto Corcos, di un mercato sempre più trasparente. Le società, secondo il numero uno dell’associazione, devono essere coraggiose perché i numeri dicono che quelle che hanno puntato in questi anni solo a un contenimento dei costi hanno risparmiato lo 0,4% in media, mentre le poche che hanno investito in tecnologia, ricavi alternativi e hanno saputo fare outsourcing di qualità sono cresciute più del 5%. Un segnale del mutamento e della concentrazione del settore del risparmio gestito è il livello di m&a, che nel 2018 è schizzato a 175 operazioni contro le 94 del 2017 e le 53 del 2010.

IL CAMMINO INTERROTTO DEI PIR 
In questo quadro, l’industria del risparmio gestito ha anche contribuito a supportare l’economia reale, soprattutto con i Pir, uno strumento ben riuscito e che ha avuto un grande successo. Però qualcosa è cambiato. Nel 2018, i Piani individuali di risparmio hanno raccolto quattro miliardi di euro, contro i 13 dell’anno precedente e oggi sono su un binario morto, “nonostante abbiano concretamente creato un canale di finanziamento per le Pmi alternativo a quello bancario”, ha ricordato Corcos”. 
La nuova normativa impone d’investire il 3,5% del totale sull’Aim e il 3,5% su azioni o fondi di venture capital: opzioni che trasformano sostanzialmente i Pir in fondi chiusi e che hanno irrigidito investitori e operatori. Il governo, autore della norma contestata, non si è pronunciato su una sua eventuale riforma. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che doveva essere presente all’inaugurazione del Salone del risparmio, ha invece inviato un videomessaggio in cui ha letto un testo che sostanzialmente ribadiva l’impegno dell’esecutivo nel supportare l’industria del risparmio gestito perché il risparmio è storicamente qualcosa cui gli italiani tengono molto.

TECNOLOGIE A SUPPORTO DI UNA VISIONE 
Durante la plenaria del salone, è intervenuto anche Carlo Ratti, architetto e ingegnere, nonché direttore del Senseable City Lab del Mit di Boston, dove si occupa di urban tech, cioè di come la tecnologia e i principii di sostenibilità e inclusione cambiano le città in cui viviamo. Un intervento interessante, per certi versi visionario, che ha fornito uno sguardo laterale sui temi della sostenibilità, responsabilità e inclusione sociale, cui è ispirato il salone di quest’anno.  
Ratti ha sottolineato come le previsioni che facciamo sono sempre pronte e crollare sotto il peso delle scelte concrete e dei bisogni primari dell’uomo: “negli anni ’90 – ha ricordato – tutti gli economisti scommettevano sul declino delle città, e invece oggi le cose dimostrano che quella previsione non poteva essere più sbagliata”. 

Il mondo, ha spiegato, è un’infrastruttura di dati e grazie a quelli è possibile ricreare modelli digitali e rendere più semplice ed economico progettare le costruzioni: un metodo che, per esempio, è stato utilizzato per il progetto di riqualificazione dell’area dell’Expo.  “Ma occorre sperimentare – ha detto Ratti – e a me dispiace vedere che l’Italia, la seconda manifattura d’Europa, sia ferma e si chiuda in sé spessa pensando di non doversi confrontare con Stati Uniti e Cina”. 

COTTARELLI, UNA RICETTA PER L'ITALIA 
A proposito di Italia, in un evento del salone, organizzato dal gestore patrimoniale Janus Henderson, è intervenuto Carlo Cottarelli, economista, tecnico, già presidente del Consiglio incaricato durante la lunga crisi di governo dell’anno scorso e oggi, come lui si definisce, “predicatore” che cerca di diffondere la sua ricetta per far crescere l’Italia nei prossimi anni, che si prospettano difficili.  
Cottarelli prevede per il Paese una crescita di non più dello 0,3% nel 2019, ritenendo al contempo pessimistica la stima di -0,2% dell’Ocse ma non per questo improbabile. Il mondo e l’Europa sono di fronte a un rischio molto grande di recessione: l’Italia, qualora il vecchio continente andasse in contro a una decrescita dell’1% circa, potrebbe crollare del 3,5% nei prossimi anni, perché molto fragile ed esposta ai mercati, com’è già successo nel 2011-2012. 

Che fare allora? Cottarelli consiglia di mettere mano principalmente a tre cose: burocrazia, giustizia civile e fisco. Vasto programma, si direbbe. Secondo l’economista, la burocrazia costa 35 miliardi all’anno alle Pmi: “un’altra Ires”, ha detto. Ma il governo attuale “sta facendo cose da Prima Repubblica – ha commentato – puntando a espandere la spesa pubblica. Non si potrà però pensare di fare un’altra manovra in deficit: né i mercati, né l’Europa lo consentirebbero”. 
Se le cose dovessero mettersi davvero male, Cottarelli non esclude che un intervento della Troika possa comprendere anche una ristrutturazione del debito: uno strumento drastico che però avrebbe il vantaggio di non colpire solo gli italiani ma tutti i possessori di titoli di Stato del Belpaese. Certo, un evento che non si augura nessuno e motivato solo da una vera emergenza nazionale.  

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