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Pensioni, più flessibilità dall’Europa

Il bilancio previdenziale tiene e la spesa complessiva si allinea a quella europea. Ora, governo e attori del sistema chiedono all’Ue maggiore elasticità per creare occupazione giovanile e consentire a chi può di andare a casa. Se ne è parlato, ieri a Roma, alla presentazione del terzo rapporto sul Bilancio previdenziale, elaborato da Itinerari previdenziali

18/02/2016
La spesa sociale complessiva, in Italia, è di circa 439 miliardi di euro, ovvero il 53,18% dell’intero esborso statale. “Un dato rilevante – spiega Alberto Brambilla, presidente centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali – che sfata il mito secondo cui il nostro Paese spenderebbe poco per il welfare e che, invece, ci pone tra i primi in Europa”. Interessante è anche il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e totale dei pensionati: in media 1 su 1,4 prestazioni, il che porta la pensione media dagli 11.695 agli attuali 16.638 euro, ben oltre i 1000 euro al mese. A questo si aggiunge il rapporto tra occupati (24,5 milioni) e pensionati (16 milioni) che, nel 2014, è di 1,38 attivi, con il pagamento di una prestazione ogni 2,6 abitanti. 
Questi i principali dati emersi dalla terza edizione del Bilancio del sistema previdenziale italiano, redatto dal centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali, con la supervisione del comitato tecnico scientifico e presentato ieri nella capitale, alla presenza di governo e parlamento.

Demografia e occupazione: i due inverni 
Sul bilancio previdenziale, pesano due inverni, così come sono stati definiti nel corso dell’incontro: la demografia e l’occupazione. Il primo sconta una vera e propria rivoluzione: in circa un secolo, la speranza di vita è quasi raddoppiata, passando dai 42 anni, degli inizi del ‘900, agli oltre 80 anni del 2014. 
L’ allungamento della vita si sposa poi al calo delle nascite, portando ad una riduzione della pensione. Sul fronte occupazione, invece, nel 2014, meno di 3 giovani su 4, tra i 25 e i 34 anni, hanno fatto parte della forza lavoro e quasi 1 su 5 era disoccupato. 
Ma, anche tra i 55 e i 64 anni, solo meno della metà degli individui partecipa al mercato del lavoro. Su questo, la proposta del governo, ampiamente condivisa, prevede un anticipo di pensionamento di 4 anni a fronte di una penalizzazione dell’8%. Una soluzione che mira a tre obiettivi: evitare la formazione dei nuovi poveri over 60 i quali, trovandosi senza lavoro, rischiano di restare fuori dal mercato; creare occupazione per i giovani favorendo un maggiore turn over; costruire uno stato sociale compatibile ed equo.

Chi vuole resta 
“Dobbiamo chiedere all’Europa maggiore flessibilità sulla previdenza, tuona Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro della Camera dei deputati. Si dice spesso che, in Italia, la spesa pensionistica sul Pil è fuori controllo, ma le cifre che leggiamo smentiscono questa affermazione. Quello che ci serve è una maggiore flessibilità che consenta a chi vuole restare nel mondo del lavoro di farlo, ma che permetta, anche a chi può andare in pensione, di fare altrettanto. 
Questo favorirebbe nuova occupazione per le giovani generazioni ed eviterebbe di protrarre, sempre più a lungo, l’età lavorativa”. La sfida del governo è quella di disancorare il mercato del lavoro dalle situazioni di stallo e favorire la crescita del Paese e il mantenimento in equilibrio della spesa contributiva. “Nel rapporto tra lavoratori e pensionati – avverte Massimo Cassani, sottosegretario al ministero del Lavoro e politiche sociali – la soglia dell’1,53 deve essere l’obiettivo di medio termine, intervenendo con risorse che diano più occupati e meno pensionati. Non c’è lavoro senza crescita e, di conseguenza, neanche previdenza”.

Un bilancio quasi in pareggio 
Tornando ai dati, la spesa pensionistica (al netto dell’assistenza) è stata di circa 216 miliardi di euro e, se consideriamo che le entrate contributive (al netto dei trasferimenti di Stato e regioni) sono state di 172 miliardi, il bilancio previdenziale presenta un leggero passivo di 560 milioni di euro e una riduzione, dal 15,46% al 10,06%, dell’esborso effettivo per le pensioni. 
“Il nostro sistema – sottolinea Brambilla – è ormai stabilizzato e messo in sicurezza e il bilancio della previdenza è quasi in pareggio. Con questi dati – concorda – dobbiamo chiedere all’Europa più flessibilità”. Secondo Damiano, poi, l’Italia è schiava di conti fatti da altri e sui quali non si può legiferare. “Se guardiamo alla Germania – sottolinea – vediamo che la fiscalità sulle pensioni è molto bassa. Anche nel nostro Paese, la spesa pensionistica deve essere depurata dalla tassazione: parliamo di 43 miliardi che ci consentirebbero di allinearci all’Europa”.

Una pericolosa evasione 
Altro capitolo importante del Rapporto è quello che attiene alle entrate Irpef, che contribuiscono al finanziamento del welfare, in particolare per assistenza e sanità. “I dati – sottolinea Cassano – sono sconcertanti: il 46,5% dei contribuenti (19 milioni) dichiara solo il 16,2% dei redditi percepiti ovvero 130 miliardi, per un reddito medio di 571 euro al mese e un’imposta media annua pagata pro capite di 327 euro. Questo significa che, per garantire la sola sanità, che costa 1.790 euro per cittadino, occorre che altri contribuenti si accollino un onere di circa 41 miliardi di euro”. Restando in tema, l’insieme degli interventi assistenziali ha riguardato 3 milioni e 900 mila soggetti, per un costo totale di oltre 20 miliardi, con una crescita di 50mila pensioni di invalidità civile e di oltre 100mila indennità di accompagnamento.

Le proposte per assistenza e previdenza 
Sul fronte assistenziale, Itinerari Previdenziali richiede a gran voce una legge quadro che definisca, in particolare, l’obbligo o meno di adesione, le modalità istitutive e le tipologie delle forme di assistenza complementare, la vigilanza e le long term care. Altra proposta è quella di un plafond unico di deducibilità fiscale, che consentirebbe di disporre di risorse (derivanti dalla deducibilità delle spese per la manutenzione della casa o per i piccoli servizi domestici, la cosiddetta quattordicesima mensilità) per la pensione complementare, la non autosufficienza e l’assistenza sanitaria integrativa. Infine, “per aumentare i tassi di occupazione – spiega Brambilla – serve un fondo per il sostegno all’occupazione che, ogni anno, finanzi gli incentivi fiscali, permanenti e modulati all’assunzione dei giovani (gli under 29) e della coda (gli over 55), che sostituirebbero la decontribuzione prevista nel Jobs Act. Perchè – conclude – anche se il nostro sistema pensionistico è ormai in equilibrio, per reggere nel tempo, necessita di una ripresa dell’economia e del lavoro”.


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