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La cultura del rischio fa breccia tra le imprese italiane

Secondo l’Osservatorio di RiskGovernance, Anra e Confapi Industria, l’82% delle aziende considera il risk management un fattore di successo e di sviluppo: nel 2013 la pensava così solo il 49%

22/06/2015
La notizia è che, a sorpresa, crescono consapevolezza e cultura nella gestione dei rischi in Italia. E di tanto: un vero e proprio balzo. Sono proprio le medie aziende (per le piccole si dovrà attendere ancora) a dare il buon esempio. Il risk management, insomma, sembra essere diventato una best practice, qualcosa non più percepita come un mero costo di gestione o, ancor peggio, un debito da saldare, in modo superficiale e formale, con un codice di procedura o con un regolatore particolarmente sollecito di questo o quel settore. Non reggono più i discorsi del ce lo chiede l’Europa: la cultura del rischio sembra essersi stesa come un benefico balsamo sulle arretratezze dell’imprenditoria italiana. 

Forse è un po’ presto per cantare vittoria, si dirà, ma alcuni numeri dell’edizione 2015 dell’Osservatorio sul risk management nelle imprese italiane sono molto positivi. Le azioni di gestione e prevenzione del rischio sono considerate un fattore di successo e nel 2014 hanno rappresentato un vantaggio competitivo per quasi l’82% delle imprese italiane: un aumento di più di 30 punti percentuali dal dato del 49,5% del 2013. Sono soprattutto le medie imprese a fare il salto di qualità nell’adozione di tecniche di contenimento dei rischi, passando dal 50% della rilevazione precedente all’85% dell’analisi attuale, superando anche le grandi imprese, che invece restano al livello dell’82%. L’Osservatorio, nella sua edizione 2015, ha avuto anche lo scopo di cogliere le differenze tra Pmi e grandi aziende (quest’ultime coinvolte per la prima volta) in tutte le tematiche della gestione del rischio. Il quadro generale è quello di una crescita di tutte le variabili, in tutti i settori coinvolti nella ricerca.  

UN OTTIMISMO DIFFUSO

Lo studio, realizzato da RiskGovernance in collaborazione con Anra e Confapi Industria e presentato nel corso di un convegno a Milano, ha riguardato un totale di 712 imprese distribuite su tutto il territorio nazionale e appartenenti a tutti i settori dell’economia, raggruppati nelle macro aree Servizi, Commercio, Manifattura e Costruzione. 

I numeri mostrano evoluzioni positive sia sotto il profilo della visione del rischio, sia per quanto riguarda il processo di organizzazione e gestione dei rischi, oppure nella scelta degli strumenti di copertura assicurativa e nella comunicazione e formazione della cultura del rischio.

In generale, i risultati dell’osservatorio mostrano che c’è stato un netto miglioramento nel 2014 anche a livello di percezione del mercato: un ottimismo più diffuso sembra pervadere il tessuto produttivo italiano. Scorrendo i dati, il 33% in meno delle imprese, rispetto al 2013, ritiene che il mercato in cui opera sia in contrazione, mentre le aziende che vedono il business in crescita sono passate dall’11,2% del 2012 al 27,8% del 2014. Le imprese confidano, quindi, nei primi segnali di ripresa. I principali trend che giustificano questo sentiment sono l’ampliamento del portafoglio prodotti, in netta crescita rispetto al passato (dal 37,9% del 2013 al 59,2% del 2014); l’aumento dell’incidenza del cambiamento del top management (35,2% nel 2014 rispetto al 9,7% del 2013) e il moltiplicarsi delle acquisizioni, che passano dal misero 8,6% del 2013 al 31% del 2014. L’unico dato in calo è quello dell’entrata in nuovi mercati: la percentuale di aziende che esplora nuove frontiere è passata dal 57,4% del 2012 al 43,2% del 2014. 

UN SISTEMA DI IMPRESE PIÙ COMPETITIVO

Per quanto riguarda il profilo di rischio delle imprese, quello più diffuso è quello medio, che passa, dal 2012 al 2014, dal 58,1% al 69,6%. Si tratta, secondo i ricercatori di RiskGovernance, di “un virtuoso trade off tra la necessità di limitare il rischio assunto e il desiderio di migliorare i risultati economico finanziari cogliendo le opportunità offerte dal mercato”. Secondo Barbara Monda, vice direttore di RiskGovernance al Politecnico di Milano, il mutamento culturale dell’approccio al rischio, non più solo come evento negativo da evitare, ma anche come opportunità, è “il primo passo verso l’adozione di approcci avanzati, proattivi e integrati alla gestione dei rischi e, in definitiva, di un sistema delle imprese più competitivo”.

Permangono, tuttavia, alcune differenze tra imprese grandi e Pmi, soprattutto per quanto riguarda chi gestisce i rischi all’interno dell’azienda. Il 47% delle aziende grandi intervistate ha una figura interna dedicata a tempo pieno alla gestione del rischio; il dato scende al 29% nelle medie e solo al 6% delle piccole imprese. Il restante 53% delle grandi delega il risk management a una figura interna che ricopre anche altri ruoli, scelta che compie l’80% delle piccole e il 64% delle medie. Infine, il 14% delle piccole imprese e il 7% delle medie si affidano a una figura esterna all’azienda. 

La figura del risk manager sta assumendo un ruolo cruciale, secondo Alessandro De Felice, presidente di Anra. “Colpisce – continua – che anche nell’80% delle piccole imprese vi sia una figura interna che si occupa anche di risk management, oltre a ricoprire altri ruoli. Questo vuol dire che sta aumentando in modo costante e virtuoso la consapevolezza che bisogna presidiare anche quest’area, affinando anche internamente competenze puntuali”.  

CRESCE LA VALUTAZIONE QUALITATIVA DEI RISCHI


Nel 2014, le aziende hanno fatto maggiormente ricorso all’analisi dei processi, il 69% contro il 38% nel 2013, a conferma della consapevolezza del periodo storico caratterizzato da elevata incertezza e volatilità. Solo le piccole imprese si affidano ancora ai dati storici, probabilmente a causa di minori competenze.

Nella successiva fase di valutazione dei rischi, la valutazione quantitativa è crollata dal 40% del 2012 all’8% del 2014. Aumentano invece le aziende che usano entrambi gli approcci, sia qualitativo sia quantitativo: nel 2014, il 58%, rispetto al 47% del 2013 e al 36% del 2012. Le più virtuose sono le imprese medie che adottano il doppio approccio nel 75,6% dei casi, superando anche le grandi (61,8%).

Comunicazione interna e formazione sono percepite ora come un prezioso contributo alla diffusione di una buona cultura del rischio. Nel 2012 e nel 2013, nel 78% dei casi, la comunicazione sul rischio era rivolta solamente ai diretti interessati, mentre nel 2014 il dato è calato al 44%. Le comunicazioni scritte sono più che raddoppiate nell’ultimo anno e riguardano il 75% delle imprese, contro un terzo circa nel 2012 e 2013 e, di contro, quelle che avvengono solo verbalmente passano dal 73% del 2013 al 29% del 2014.

“È fondamentale – conclude Marco Giorgino, direttore di RiskGovernance e ordinario di Finanza al Politecnico di Milano – portare il tema del rischio in modo sempre più diffuso all’interno delle aziende, dai tavoli del board ai manager di linea”.  


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