Caso Miteni, cosa imparare da questa sentenza storica
È una delle cause più complesse tra quelle che hanno interessato l’anno da poco concluso: un disastro ambientale inedito nel nostro paese, tra responsabilità penali, civili e azioni collettive di risarcimento - PRIMA PARTE
09/02/2026
Uno dei casi più eclatanti che hanno segnato la giurisprudenza dell’anno appena trascorso è costituito dalla storica sentenza Miteni. Ora che i riflettori dei media hanno cominciato a smorzarsi e sono cominciati i relativi procedimenti civili è arrivato il momento di provare ad analizzarlo, per capirne la reale portata.
Dopo quattro anni di dibattimento e 130 udienze, lo scorso 26 giugno si è giunti all’epilogo del processo penale di primo grado, celebrato presso la Corte d’Assise di Vicenza. Si è trattato di una vicenda che ha scosso l’intero Paese e ha comportato l’impegno di un gran numero di associazioni, che si sono tutte adoperate perché la lunga lotta contro l’inquinamento da Pfas sfociasse in una risposta concreta alle migliaia di persone coinvolte.
COSA SONO I PFAS E PERCHÉ SONO PERICOLOSI
Da qualche tempo si parla sempre più diffusamente di questo gravissimo tipo di inquinamento, che sta contaminando quanto di più prezioso esista per la vita sul nostro pianeta: l’acqua. La sigla Pfas indica le sostanze perfluoro alchiliche, una famiglia di composti chimici organici o fluorocarburi polimerici, costituiti da una catena di atomi di carbonio, in cui questo elemento (invece che all’idrogeno, come accade negli idrocarburi) si lega al fluoro. Sono materie plastiche dotate di caratteristiche speciali, perché resistenti a quasi tutti i prodotti chimici e alle alte temperature. Ne esistono quasi 5.000 tipi e, purtroppo, sono estremamente diffuse. Essendo dotate di un’elevata persistenza nell’ambiente (in pratica, è difficilissimo e costosissimo distruggerle), vivono praticamente in eterno e tale caratteristica è valsa loro il soprannome di “sostanze chimiche eterne”.
I composti Pfas sono progettati per resistere all’acqua, agli olii, alle macchie e impedire al cibo di attaccarsi ai tegami. Il più noto prodotto di questa categoria è il Teflon, che adoperiamo in cucina. Sono anche usati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e del cartone per uso alimentare (i cartoni per contenere la pizza, ad esempio), ma anche nell’abbigliamento tecnico, perché lo rendono impermeabile e traspirante. Vengono anche utilizzati per la costruzione di tubi e raccordi per veicolare prodotti chimici aggressivi e, per la loro resistenza alla corrosione, anche nella costruzione di impianti chimici. Insomma, i campi di utilizzo sono praticamente infiniti, il che fa sì che questi composti alimentino un mercato miliardario: già nel 2013 le vendite avevano sfiorato i 15 miliardi di dollari, solo negli Stati Uniti.
Essendo praticamente impossibili da distruggere, col tempo si sfaldano e micronizzano, dunque penetrano nel suolo e raggiungono le falde acquifere. Da qui contaminano i campi e i prodotti agricoli. Non si accumulano solo nell’ambiente, ma persistono a lungo all’interno degli organismi viventi, dove risultano essere tossici ad alte concentrazioni: tecnicamente, si dice che la loro presenza risulti bioamplificata, man mano che si risale lungo la catena alimentare. La bioamplificazione si verifica quando gli organismi ai vertici della piramide alimentare ingeriscono quantità di inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente e ne divengono, per così dire, amplificatori.
Si ritiene che la lunga esposizione a queste sostanze causi l’insorgenza di tumori (soprattutto ai reni e testicoli), lo sviluppo di malattie tiroidee, l’ipertensione gravidica e le coliti ulcerose. Alcuni studi hanno ipotizzato una relazione tra le patologie fetali e gestazionali e la contaminazione da Pfas, ma l’estrema diffusione di queste sostanze ha determinato molte difficoltà a identificare quale fosse il reale colpevole di questo tipo di inquinamento. È un po’ quanto accade se parliamo del cosiddetto inquinamento diffuso: quando una sostanza si trova praticamente ovunque, è assai difficile individuare le fonti della contaminazione e allocare le responsabilità. Tuttavia la Corte d’Assise di Vicenza ha impresso una svolta memorabile a questo annoso problema.
IL CASO MITENI, SPIEGATO
La Miteni è un’azienda multinazionale, con sede a Trissino (Vi), specializzata nella produzione di intermedi per l’industria chimica e farmaceutica e di derivati perfluorurati della famiglia dei Pfas: i Pfoa. L’inquinamento causato dallo stabilimento di Trissino ha colpito un territorio abitato da oltre 300mila persone, estendendosi su oltre 100 chilometri quadrati e contaminando la seconda falda acquifera più grande d’Europa, con profonde implicazioni sanitarie e sociali. Nel processo erano imputate quindici persone, manager e dirigenti della Mitsubishi Corporation e del fondo di investimento International Chemical Investors Group (Icig). Mitsubishi ha detenuto il controllo di Miteni dal 1998 al 2009, quando ha venduto la società a Icig Italia 3 Holding.
Già nel 2024, il Tar del Veneto aveva confermato la responsabilità della multinazionale giapponese nella contaminazione da Pfas legata a questo stabilimento, respingendo il ricorso presentato dalla stessa e obbligandola a contribuire alla relativa bonifica ambientale, sulla base del principio cardine “chi inquina, paghi”, che regola le disposizioni sulla protezione ambientale. Ma ciò che più conta è che lo scorso giugno il tribunale di Vicenza ha riconosciuto per la prima volta in Italia la correlazione tra l’esposizione ai Pfas e la morte di un lavoratore: un ex operaio della Miteni. La battaglia a favore di questa vittima e per la tutela della salute pubblica è stata portata avanti da una fitta rete di comitati, movimenti civici e associazioni ambientaliste e sanitarie. Tra queste, le Mamme No Pfas, Greenpeace, Medicina Democratica, l’Isde-Medici per l’Ambiente, e la Rete Zero Pfas Italia, che si sono costituite parte civile o hanno svolto un ruolo di grande importanza nella mobilitazione sociale, promuovendo manifestazioni, convegni scientifici, azioni legali e attività di sensibilizzazione.
Il caso è emerso ufficialmente nel 2013, quando il ministero dell’Ambiente comunicò alla regione Veneto l’esito di uno studio commissionato al Cnr-Irsa, dal quale risultava la presenza di Pfas in concentrazioni “preoccupanti” nelle acque potabili di diversi suoi Comuni. Nello stesso anno, una prima valutazione dell’Istituto superiore di sanità non ravvisava un rischio immediato per la popolazione esposta, ma la regione Veneto interveniva, sollecitando i gestori degli acquedotti a installare filtri a carboni attivi per ridurre la contaminazione.
Da quel momento, furono avviate misure urgenti per contenere il fenomeno, tra le quali la chiusura dei pozzi più inquinati, l’incremento degli attingimenti da fonti ritenute più sicure e la predisposizione di piani di monitoraggio mirati sull’intero sistema di approvvigionamento idrico. Le conseguenze della contaminazione sulle oltre 300mila persone coinvolte sono ancora in fase di valutazione, ma diversi studi, prodotti nell’ambito del processo, hanno evidenziato correlazioni tra l’esposizione prolungata a questi composti e l’insorgenza di disfunzioni ormonali, infertilità, tumori, malattie renali e cardiovascolari.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Health ha stimato in 3.800 i decessi aggiuntivi per patologie cardiovascolari legate ai Pfas sulla popolazione esposta, nell’arco dei prossimi 35 anni. Per tale motivo, il caso Miteni si colloca tra le più estese contaminazioni da Pfas a livello mondiale, tanto da attirare l’attenzione di organismi internazionali e media esteri, come ad esempio il Forever Pollution Project: tracking Pfas across Europe.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
👥
