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Invecchiamento e non autosufficienza, quali opportunità per il pilastro complementare?

Prima parte - L’allungamento della speranza di vita si accompagnerà probabilmente a una crescita dei bisogni di assistenza. La risposta del settore pubblico rischia di rivelarsi insufficiente: servono idee e proposte per coinvolgere maggiormente il settore privato

31/10/2019
L’invecchiamento della popolazione è indubbiamente uno dei macro-trend del futuro, sebbene il fenomeno sia in atto già da alcuni decenni in Europa e, in particolare, in Italia: oggi nel nostro Paese gli over 65 sono 13,8 milioni e rappresentano il 22,8% della popolazione, quota che ci posiziona al primo posto della classifica europea (+3 punti percentuali rispetto alla media). Primato che manteniamo anche guardando all’incidenza degli over 80, pari al 7% della popolazione totale rispetto al 5,6% della media europea. L’Italia, inoltre, detiene il record europeo, insieme alla Francia, del maggior numero di ultracentenari in vita, oltre 14mila secondo le ultime stime dell’Istat.
Dal 2015, anno in cui il totale della popolazione con 60,8 milioni di residenti raggiungeva il massimo dell’epoca recente e da cui, in seguito, si è avviato un declino protrattosi nei quattro anni successivi, la fascia anziana è l’unica a registrare un incremento costante. Il peso degli ultrasessantacinquenni è, oltretutto, destinato a crescere ancora: le ultime previsioni dell’Istat indicano che nei prossimi 25-30 anni si registrerà un picco di invecchiamento e la quota di over 65 raggiungerà il 34% del totale. 

Si allunga la speranza di vita
Con questi primati, il nostro Paese si conferma uno dei più longevi d’Europa e del mondo. Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili, relativi al 2017, l’Italia occupa i vertici delle classifiche sia per speranza di vita alla nascita (80,8 anni per gli uomini e 85,2 per le donne), sia per speranza di vita residua a 65 anni, più elevata di un anno per entrambi i generi rispetto alla media Ue (19,2 anni per gli uomini e 22,4 per le donne). 

Fig. 1 – Speranza di vita a 65 anni

       

 

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Eurostat
 
Oltretutto, a differenza delle stime sulla fecondità e sul saldo migratorio che sono, ulteriori componenti fondamentali per le proiezioni demografiche, l’aumento dell’aspettativa di vita e la crescita della popolazione anziana costituiscono la parte solida delle previsioni dell’Istat perché esito dello spostamento della generazione dei boomers nelle fasce d’età più avanzate: pertanto, ci sono poche possibilità di agire sulla sua consistenza (si potrà piuttosto intervenire sulle condizioni di salute e sulla condizione attiva). 

La sfida della non autosufficienza
Viviamo dunque più a lungo, ma non necessariamente meglio. Guardando alla speranza di vita in buona salute, infatti, la situazione per il nostro Paese è meno favorevole al confronto con gli altri Paesi europei. L’Italia scende dal podio e si allinea alla media europea per speranza di vita a 65 anni in buona salute (senza limitazioni funzionali): nel caso degli uomini, pur mantenendosi leggermente al di sotto della media europea, perde di gran lunga posizioni, collocandosi ben al di sotto del Paese europeo più virtuoso (la Norvegia, con 15,9 anni, rispetto ai 9,4 dell’Italia); nel caso delle donne, invece, dal quinto posto scende al dodicesimo in classifica con 9,8 anni (valore inferiore alla media di 10,2 anni).

Fig. 2 – Speranza di vita in buona salute a 65 anni

  

 

Fonte: elaborazioni Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali su dati Eurostat

La sfida dell’invecchiamento è allora legata a quella non autosufficienza, spesso inevitabile conseguenza dell’allungamento dell’aspettativa di vita media. Il modello pubblico per la gestione della Ltc è oggi efficiente e adeguato? Sarà sostenibile in futuro? Quali opportunità e margini di intervento per il settore complementare?

La risposta del welfare pubblico 
Per provare a rispondere (o quantomeno a offrire gli spunti per riflettere) su questi importanti quesiti partiamo da alcuni dati di fatto: già oggi la spesa pubblica destinata alla Ltc (che include, oltre alla componente sanitaria, le indennità di accompagnamento e gli interventi socioassistenziali erogati a livello locale) vale circa 29,3 miliardi di euro, pari all’1,7% del Pil del 2018 (di cui circa tre quarti erogati a over 65), e secondo le ultime proiezioni della ragioneria generale dello Stato aumenterà fino al 2,5% del Pil entro il 2070.
Si ricorda che il costo complessivo per la gestione della non autosufficienza ricomprende tre voci: le indennità di accompagnamento e la componente sanitaria, che insieme rappresentano l’86% della spesa totale (rispettivamente il 45% e il 41%), e gli interventi socio-assistenziali, erogati a livello locale e rivolti ai disabili e agli anziani non autosufficienti, che coprono il restante 14%. 
Nello specifico:

  • le indennità di accompagnamento rappresentano la componente principale di spesa, pari a circa lo 0,8% del Pil. Si tratta di prestazioni monetarie erogate a invalidi civili, ciechi civili e sordomuti esclusivamente in dipendenza delle condizioni psico-fisiche del soggetto;
  • la componente sanitaria della spesa per Ltc, pari allo 0,7% del Pil, include l’insieme delle prestazioni sanitarie erogate a persone non autosufficienti che, per senescenza, malattia cronica o limitazione mentale, necessitano di assistenza continuativa. In Italia, tale componente comprende, oltre all’assistenza territoriale rivolta agli anziani e ai disabili (articolata in assistenza ambulatoriale e domiciliare, assistenza semi-residenziale e assistenza residenziale), l’assistenza psichiatrica, l’assistenza rivolta agli alcolisti e ai tossicodipendenti, l’assistenza ospedaliera erogata in regime di lungodegenza, una quota dell’assistenza integrativa, dell’assistenza protesica e dell’assistenza farmaceutica erogata in forma diretta o per conto;
  • le altre prestazioni Ltc, per un valore pari allo 0,2% del Pil, sono prestazioni eterogenee erogate a livello locale per finalità socio-assistenziali rivolte ai disabili e agli anziani non autosufficienti. Si tratta di prestazioni in natura, riconosciute in forma residenziale e semi-residenziale (per circa il 60% del valore complessivo) e, in misura residuale, prestazioni in denaro (incluse agevolazioni sui ticket, sulle tariffe o sulle rette riservata a particolari categorie di utenti).

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