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Il peso dei danni punitivi

Il glifosato causa gravi tumori e per questo è stato riconosciuto da una giuria californiana un risarcimento di oltre due miliardi ai danni della Bayer. L’azienda, che ha acquistato la Monsanto produttrice del Roundup, è stata condannata per la terza volta a risarcire le vittime del pericoloso diserbante

08/07/2019
Due miliardi di dollari a titolo di punitive damages e 55 milioni di risarcimento sono stati riconosciuti da una giuria di Oakland, in California, ai coniugi ultrasettantenni Alva e Albert Pilliod, che avrebbero contratto il linfoma non-Hodgkin a seguito dell’esposizione all’erbicida prodotto dalla Monsanto, azienda della quale la Bayer ha da poco completato l’acquisizione.
Due mesi fa lo stesso prodotto è stato ritenuto responsabile di aver causato la medesima malattia a un altro cittadino californiano, Edwin Hardeman, al quale è stato accordato un risarcimento complessivo di 80 milioni di dollari, 75 dei quali a titolo di punitives. Il primo precedente risale tuttavia al 2018, quando sono stati riconosciuti ben 289 milioni di dollari a favore di un giardiniere di 46 anni (poi ridotti in appello a “soli” 78 milioni) e c’è da tener conto che le cause contro il Roundup in Usa sono già migliaia, inclusa una class-action da oltre 11.000 ricorrenti.
Il linfoma non-Hodgkin è una grave neoplasia che aggredisce il sistema linfatico. I giudici hanno ritenuto che l’esposizione al diserbante abbia costituito un “fattore sostanziale” nel causare questo tumore alle vittime e che il comportamento della Monsanto sarebbe stato negligente, non avendo testato correttamente il prodotto, né avvertito i consumatori dei rischi che correvano.
La Bayer ha invocato le conclusioni dell’agenzia per la protezione ambientale americana (Epa), che per anni ha affermato che “non esistono rischi per la salute con l’uso del glifosato” e ha anticipato che ricorrerà in appello. Intanto, però, da questa parte dell’Atlantico, la Corte di Lione ha condannato la multinazionale a risarcire un agricoltore francese per i danni neurologici causati dall’uso prolungato dei pesticidi da essa prodotti.

Il ruolo di Monsanto
Il glifosato è un’ammina, individuata per la prima volta negli anni ’50 da una società chimico-farmaceutica svizzera e successivamente sintetizzata negli Stati Uniti dalla Monsanto, che ne brevettò il marchio col nome Roundup.
Questo diserbante ha avuto grande successo per la sua efficacia nel disseccare le piante infestanti e ha raggiunto una diffusione enorme in tutto il mondo, divenendo componente essenziale di oltre 750 prodotti, sia per l’agricoltura che per il giardinaggio domestico, e fruttando al suo produttore enormi guadagni, anche dopo la scadenza del brevetto, avvenuta nel 2001. 
Altre aziende possono infatti ormai utilizzare il glifosato ma la Monsanto ha nel frattempo sviluppato specie resistenti a esso, in modo da poter usare l’erbicida senza danneggiare la pianta utile. 
Soia, mais, grano e colza Roundup ready sono così presenti sul mercato da decenni, consentendo a questa multinazionale una posizione di mercato assolutamente dominante. 
Nel corso degli anni, si sono però diffuse le polemiche sugli effetti nocivi di questo diserbante e hanno cominciato a circolare numerosi studi che accusavano la grande società chimica americana di causare il cancro a chi lo utilizzava. 
Nel 2015 l’Iarc (l’International Agency for Research in Cancer, appartenente all’organizzazione mondiale della sanità), ha riunito un comitato di esperti di 11 Paesi per determinare la sua tossicità. 
Lo studio ha esaminato lavoratori agricoli provenienti da Usa, Canada e Svezia, dimostrando un aumentato rischio di contrarre il linfoma non-Hodgkin su quelli esposti al glifosato. L’erbicida è stato così definito “probabilmente cancerogeno” e dunque collocabile nella classe 2A della scala prevista per i prodotti ritenuti in grado di causare tumori.
Altre ricerche hanno anche riportato danni al Dna e ai cromosomi dei mammiferi, ed è proprio su queste evidenze che hanno fatto leva le conclusioni delle giurie californiane.

Vietata la diffusione in Europa
In Europa, l’autorizzazione all’uso del glifosato è scaduta nel 2012 e da allora non si è più trovato l’accordo dei 28 Paesi membri a rinnovarla. La Commissione ha proseguito con brevi proroghe, consigliando comunque di limitarne l’uso e nel 2016 l’Italia è stata il primo paese ad accogliere tale raccomandazione. 
Un decreto del ministero della Salute ha proibito l’uso di prodotti a base di glifosato nelle zone pubbliche e ricreative, nelle aree gioco per bambini e all’interno di complessi scolastici e sanitari. È inoltre vietato adoperarlo in agricoltura nel periodo che precede la raccolta o la trebbiatura, dal momento che finirebbe per residuare direttamente nel cibo che consumiamo. Sono state poi revocate le nuove autorizzazioni alla commercializzazione di prodotti fitosanitari che lo contengono. 
Dall’altro lato, l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare), ha definito “improbabile” che il glifosato diventi una minaccia per gli umani attraverso il consumo alimentare, dichiarando che eventuali tracce di questo erbicida nel cibo non costituirebbero un problema e consentendone l’uso, seppur con delle limitazioni.
Grazie alle storiche sentenze californiane, il Parlamento Europeo ha ora annullato le decisioni dell’Efsa, rendendo pubblici gli studi sulla tossicità di questa sostanza. Così sarà finalmente possibile fare chiarezza sui reali effetti dei diserbanti a base di glifosato che, insieme agli oppioidi e al talco, sono ormai considerati dagli esperti un elemento di rischio, in grado di provocare danni di natura sistemica alla salute umana: se ne parla già come dell’amianto del nostro secolo.

Non è stata una buona scelta
Le sentenze che confermano la causalità tra l’uso del glifosato e l’insorgenza di tumori hanno fatto crollare in borsa il titolo della Bayer. La società tedesca, che ha pagato oltre 63 miliardi di dollari per acquisire la Monsanto, ha perso più del 40% del suo valore, bruciando in pochi giorni 30 miliardi di dollari di capitalizzazione. 
Gli azionisti pretendono ora le dimissioni di Werner Baumann, amministratore delegato del gruppo e artefice dell’operazione, temendo di dover far fronte ad altri risarcimenti nell’ordine di miliardi di dollari.
Da più di 40 anni, in America vengono utilizzate 150mila tonnellate di erbicidi all’anno, con gravissime conseguenze per gli esseri umani e gli ecosistemi. Le accuse mosse alla Monsanto, se provate, sarebbero ora in grado di scatenare contro la multinazionale chimica un sentimento popolare che si è già manifestato in tribunale, attraverso il riconoscimento di cifre astronomiche a titolo di danni punitivi.

Il lato umano che influenza le sentenze 
Com’è noto, l’istituto dei punitives, assai popolare negli Stati Uniti, prevede che venga riconosciuta al danneggiato una posta di risarcimento maggiore ed esemplare, qualora il danneggiante abbia agito con particolare malizia o efferatezza, ovvero dimostrando colpevole noncuranza delle regole, piuttosto che semplice negligenza. Lo scopo è punire l’autore dell’illecito, scoraggiando nel contempo il perpetrarsi di azioni similari da parte di altri potenziali trasgressori. 
Il riconoscimento di un maggiore risarcimento, insomma, assume una connotazione deterrente e persecutoria che va ben oltre la funzione compensatoria del danno ed è spesso caratterizzata da vere e proprie forzature. In più occasioni, infatti, la Corte Suprema statunitense è dovuta intervenire per porre un freno all’entità di alcuni verdetti, riconosciuti come sproporzionati rispetto alla gravità del comportamento del danneggiante. Non è raro, inoltre, che l’ammontare del danno punitivo riconosciuto in prima istanza venga poi notevolmente ridotto in appello, com’è successo proprio in uno dei processi al Roundup.
In particolare, un elemento che contribuisce a certi abusi nell’applicazione di questo istituto è rappresentato dal fatto che in Usa i verdetti vengono espressi da giurie popolari, generalmente inclini a reazioni emotive nei confronti dei ricorrenti. 
Nel caso di Dewayne Johnson, il giardiniere al quale è stato riconosciuto in prima istanza un risarcimento di 289 milioni di dollari, è stato necessario anticipare il processo civile perché i medici ritenevano che la vittima fosse ormai prossima al decesso e in California è prevista una sorta di rito abbreviato e anticipato per i querelanti che si trovassero in procinto di morire. 
Nel corso del dibattimento, Dewayne Johnson ha mostrato gli effetti devastanti della malattia contratta e le terribili lesioni che gli ricoprivano gran parte del corpo, suscitando le reazioni indignate dei giurati e il conseguente riconoscimento di ben 250 milioni di dollari di danni punitivi ai danni del produttore.

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