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S&P, il settore assicurativo italiano è in salute

A differenza di quanto accade per le banche, l’industry delle polizze continua a mostrare buoni andamenti, nonostante il non facile contesto economico dell'Italia

15/01/2019
Se in Italia il settore corporate, e soprattutto quello bancario, continuano ad affrontare una fase di difficoltà, il settore assicurativo continua a essere in ottima forma. A sottolinearlo è S&P Global Ratings, che ieri a Milano ha presentato il suo ultimo Insurance industry and Country risk assessment, all’interno della conferenza stampa annuale durante la quale sono state presentate anche le view dell’agenzia di rating sul settore bancario e su quello corporate del nostro Paese. Anche per l’industry assicurativa, tuttavia, non mancano le preoccupazioni, che sostanzialmente sono due: la sottoassicurazione nel settore danni, e l’eccessiva esposizione al rischio sovrano italiano, dovuta alla grande quantità di titoli di Stato nostrani nei portafogli delle compagnie.

Troppi titoli di Stato in portafoglio

“Il settore assicurativo gode di buona salute – ha spiegato Taos Fudji, director financial institutions di S&P Global Ratings – con ritorni sul capitale che in media si attestano tra l’8 e il 10%”. In altre parole, non c’è alcuna problematica sulla sostenibilità del business, cosa che invece, purtroppo, si vede nel settore bancario. Come accennato, l’industry continua a soffrire l’alta concentrazione di titoli di Stato italiani nei portafogli delle compagnie, “dinamica ormai evidenziata da più di due anni”, ha ricordato Fudji, evidenziando comunque un chiaro trend di riduzione del peso relativo dei titoli sovrani italiani sul totale degli investimenti: si è passati da circa il 50% al 45% a fine 2017. “Noi pensiamo che questa direzione proseguirà”, ha aggiunto. Ma ci sono dei freni importanti che impediscono un cambiamento più forte. Il primo consiste nel fatto che la maggior parte di questi titoli di Stato italiani finanziano polizze assicurative di risparmio (ramo I), una tipologia di prodotti che negli ultimi anni ha offerto rendimenti regolari e soddisfacenti ai risparmiatori e che stanno diventando sempre meno sostenibili per gli assicuratori. Nel corso del 2018 c’è stato l’intervento dell’Ivass per consentire di cambiare l’asset allocation delle polizze, ma la nuova regolamentazione si applicherà solo alle nuove polizze. “Questo cambiamento è positivo – ha detto l’analista di S&P – però non consente un cambio fondamentale nella ripartizione degli attivi delle società assicurative italiane”.

Solvency ratio e volatility adjustment

La concentrazione di titoli di Stato italiani nei portafogli delle compagnie si è riverberata con particolare sensibilità sui Solvency II ratio. Partendo comunque da una buona situazione del mercato italiano, con Solvency II ratio in media al 233% (dato in salita: era al 210% a fine 2016), l’allargamento dello spread ha avuto un impatto che S&P stima in media in 30 punti, quindi notevole. L’arma principale messa a disposizione da Solvency II per mitigare il rischio spread, vale a dire il country specific volatility adjustment, per l’Italia non ha funzionato. Le soglie per attivarlo – ha spiegato Fudji – non si sono realizzate”. Le condizioni consistono in uno spread superiore di 100 bps alla media degli spread europei sui titoli di Stato, e che sia pari a più del doppio. “Questa doppia soglia, anche con gli spread che abbiamo visto nel corso del 2018, non è stata raggiunta. Ma se dovesse verificarsi uno scenario particolarmente negativo, il volatility adjustment potrebbe mitigarne l’impatto”, ha detto Fudji.

Vita: buone prospettive sulla redditività

Per quanto riguarda nel dettaglio i diversi rami, nel comparto vita S&P prevede una crescita della raccolta di circa il 4%. “Questa previsione è sospinta anche dall’opinione favorevole che hanno gli italiani sulle polizze assicurative per i propri risparmi – ha argomentato Fudji – così come dalla maggior facilità con cui le polizze vita garantiscono il passaggio della ricchezza da una generazione all’altra”. Per quanto riguarda la redditività l’attesa è che si mantenga su livelli stabili, in linea con quelli attuali, grazie al sostegno dei tassi in rialzo, che potranno offrire buoni guadagni sugli investimenti, unitamente al calo dei minimi garantiti nella nuova produzione vita. Infine, nonostante le ultime tensioni sullo spread, “non abbiamo osservato alcun segnale di rialzo del tasso di riscatto delle polizze, contrariamente a quanto accaduto nella crisi del 2011, il che è un dato positivo”, ha chiosato l’analista di S&P.

Danni: business robusto ma sottoassicurato

Per il settore danni, l’agenzia di rating prevede una crescita dei premi intorno al 3% annuo nel triennio 2018-2020, spinta da un movimento positivo strutturale: “da una parte gli italiani si rendono maggiormente conto rispetto al passato della necessità delle polizze assicurative per coprire salute e incidenti, e dall’altra – ha osservato Fudji – si assiste a una maggiore estensione di coperture assicurative da parte dei professionisti”. L’analista di S&P ha inoltre evidenziato che la redditività del settore danni è sostenuta anche dai cambiamenti regolamentari nel settore introdotti dal governo di Mario Monti nel 2012 e da quello di Paolo Gentiloni nel 2017 per inquadrare meglio i risarcimenti da danni stradali. Per quanto riguarda invece l’andamento tecnico, S&P si attende un leggero deterioramento del combined ratio, “anche perché negli ultimi due anni abbiamo assistito a guadagni eccezionali, soprattutto nel recupero di accantonamenti fatti su sinistri nell’Rc professionali”, ha spiegato Fudji, ricordando l’elemento di debolezza relativa del settore assicurativo danni italiano rispetto agli altri mercati europei, cioè “la sua limitata copertura in termini di rischi coperti, dovuta alla sottoassicurazione soprattutto nelle coperture property contro i danni catastrofali. Finché non si arriverà a un livello di copertura capillare, i premi sono destinati a restare elevati”.

Non è l’inverno ma potrebbe essere l’autunno

Per quanto riguarda invece un quadro più complessivo sull’Italia, secondo S&P le previsioni del governo italiano sul Pil sono ottimistiche. Come ha spiegato Sylvain Broyer, chief Emea economist di S&P Global Ratings, “per l'Italia vediamo una crescita più lenta nel 2019, al ritmo dello 0,7%, con consumi stabili ma prospettive più basse, soprattutto rispetto agli altri Paesi europei, per quanto riguarda gli investimenti”. La stima per il 2020 del prodotto interno lordo è di un +0,9%. La previsione per il pil dell’Eurozona è di un +1,6% tanto nel 2019 quanto il prossimo anno. “Per usare una metafora – ha detto Broyer – non sta arrivando l’inverno ma l’autunno, è cioè una fase discendente del ciclo. Ma siamo ancora lontani, nello scenario base, da una recessione e anche da una stagnazione a meno che i fattori temporanei che hanno pesato sulla produzione nei mesi scorsi si rivelino permanenti”. Per quanto riguarda l’economia italiana, S&P osserva ancora un trend di crescita, pur nel contesto di un rallentamento per l’intera congiuntura europea a causa di fattori appunto temporanei come ad esempio, la frenata che ha interessato il settore automobilistico in seguito all’introduzione dei nuovi test sui gas di scarico. La crescita dell’economia dell’eurozona sarà più bassa e normalizzata e continuerà a beneficiare della politica della Bce che resterà fortemente accomodante.

Proseguono le difficoltà per le banche

Come si diceva, per le banche italiane il periodo di difficile non è ancora terminato. Tuttavia, secondo Mirko Sanna, director financial institution di S&P Global Ratings, la previsione di crescita italiana al +0,7% “è ancora sufficiente a procedere con il recupero e il miglioramento della qualità del credito”. Il problema principale per il settore bancario resta quello degli stock di Non performing loans (Npl), i cui livelli restano alti. Molto lavoro è stato fatto, visto che lo stock è calato di 130 miliardi in tre anni. Restano però elevati (rispetto alla media Ue) i tempi di recupero degli Npl, il cui valore resta il doppio di quelli degli altri Paesi europei, costringendo le banche italiane ad accantonamenti più rapidi e ingenti. “Le banche – ha spiegato Sanna – sono in una situazione più forte rispetto al passato: hanno migliorato i fondamentali, aumentato gli accantonamenti e migliorato la redditività, aumentando così la resilienza. Ma devono proseguire nel difficile cammino di riduzione degli stock di Npl”.

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